Carnevéle
Carnevéle s.m. = Carnevale
Periodo compreso tra l’Epifania e la Quaresima, caratterizzato da scherzi e divertimenti, balli, feste in maschera.
Il nome deriva dall’espressione latina carnem levare, togliere le carni dalla mensa, perché stava per iniziare il periodo penitenziale della Quaresima. Un ramadan, un digiuno molto più moderato di quello arabo.
E prima di ciò si approfittava per far piazza pulita delle scorte: obbligatorio mangiare, bere e divertirsi!.
Il soprannome Carnevéle, è attribuito alla Famiglia Principe. Tra i fratelli Prencipe vi era un bravo falegname, un dotto Canonico, e un valente Violinista, attivo nell’orchestra Alessandro Scarlatti di Napoli.
C’era, dalle parti della Porte de’ Fogge, un temuto e famoso Vigile Urbano: Pasqualine ‘u guardije. Sulle sue opere se ne raccontano tante, e di cotte e di crude, qualcuna inventata e qualcuna vera: vera è per esempio la multa comminata alla propria moglie per lo ”sciorinamento dei panni bagnati sulla pubblica via”, falso che le abbia richiesto le “generalità”. Una favola inventata da un suo collega è la storia che abbia multato un ragazzo mentre “saliva tarzanamente sull’albero”
C’è da svelare a questo punto un retroscena che solo pochi conoscono.
Oggi il Carnevale Sipontino è una tradizione ormai acclarata da tutti e, come tutti i successi, ha molti padri e altrettanti madri. Nei primi anni cinquanta gli ispiratori e animatori del Carnevale erano, prima di tutti, un gruppo di “femminielli” o “mezz’a femmine” (che nessuno mai mi convincerà a chiamare omosessuali o gay, per l’enorme civiltà di comportamento di quelli, all’epoca, rispetto a questi ultimi nei tempi attuali) che rivaleggiavano a sfoggiare costumi.
Poi c’erano un bel gruppo di studenti delle scuole superiori che si impegnavano e qualche professore che li sosteneva. Le c.d. Autorità avevano altro a cui pensare! Ma c’era chi incoraggiava e aiutava quei gruppi di giovani che non avevano un santo protettore, ed era il direttore della Azienda Turistica locale, l’Avvocato Matteo Pasqua, ex gloria della squadra di calcio locale.
Lui trovava i locali, garantiva gli acquisti presso i fornitori, dava utilissimi suggerimenti quando l’idea del carro o del gruppo era scarsina e, naturalmente, organizzava la sfilata.
C’era un appassionato giovane studente lavorante dei carri che aveva curato per anni un suo personale progetto di carro avente come personaggio principale Pasqualine ‘u guardie. Ma tra il disegno e la realizzazione del manufatto c’era sempre una domanda che rimaneva senza risposta. Un anno, e si era ormai agli inizi degli anni sessanta, finalmente trovò il modo di costruire il telaio del pupazzo e il sistema per realizzare la cartapesta: era la prima volta che a Manfredonia si realizzava un pupo di quelle dimensioni in cartapesta e su di un carro.
Come al solito, il tempo per la costruzione era poco, i collaboratori volontari erano abbastanza numerosi ma non sempre all’altezza del compito. Alla fine, il giorno prima della sfilata, il carro era quasi completo ma il pupazzo non ricordava neanche lontanamente il soggetto voluto, dal viso al pancione troppo scaduto, cioè basso e cadente, come il naso che sembrava più ad una proboscide.
L’Avv. Matteo Pasqua, che aveva come esperto dei colori un professore emerito di disegno e belle arti, non volendo lasciar fuori quel pupazzone che aveva richiesto molto lavoro e materiale, suggerì alcuni opportuni ritocchi, decise seduta stante che avrebbe rappresentato il “cafone” che viene dai campi per celebrare il Carnevale, chiese al professore di consigliare i colori più adattabili e poi concluse: “dategli un altro nome!”
La mattina dopo i promotori, stanchissimi, guardarono il lavoro e si accorsero che non era più tanto scarso, non si mettevano d’accordo sul nome da dargli e uno se ne uscì,”“Assemegghie a zianeme, zianeme Peppino ‘u falegname, còdde chiamete pe’ soprannome Carnevale””
Ecco che arriva uno zelante collaboratore dell’avv. Matteo Pasqua che legge la storia preparata dal bravo Direttore sul cafone, sulle tradizioni, eccetera, mancava solo il nome del carro ed il bravo collaboratore, per fare entrare nello spazio bianco del dattiloscritto, troppo ristretto, il nome dettato, pensò bene di abbreviarlo e punteggiarlo, e scrisse: “Zi’ Pepp. Carnevale”.
L’Annunciatore, ovvero il fine dicitore che illustrava al microfono i carri e i gruppi, Filippo De Finis, ci aggiunse qualcosa di suo e nacque la leggenda del simbolo del Carnevale Sipontino con i molti padri e ideatori.
Il bello fu che l’anno successivo si riuscì finalmente a creare un pupazzone che era cosi bello e somigliante a Pasqualine ‘u guardije che tutto il pubblico lo riconosceva ed applaudiva al solo apparire ma che, grazie all’opposizione di qualche Assessore all’Annona, non è entrato nella iconografia storica del Carnevale.
Che bello Lino.
Grazie per questa storia.
Non l’avevo mai letta e sentita. Figurati se quei tromboni del carnevale moderno la conoscono….
Bellissimo racconto, grazie a Lino per avercelo raccontato.
Buona giornata a tutti, Umberto.