Acquaséle

Acquaséle s.f. = Zuppa (alla lettera:acqua-sale)

Per zuppa, qui si intende qls minestra, brodosa, in cui intingere il pane. Ovviamente parliamo di cucina povera, ma povera davvero.

Una volta per cena, giusto per mangiare una cosa calda d’inverno, al posto di pane e olive, si preparava questo brodo cotto sul braciere, consistente in: acqua, sale, cipolla, prezzemolo. Ad ebollizione avvenuta, se c’era in casa qlc uovo lo si faceva cuocere “in camicia”. Si portava l’acqua così aromatizzata nel piatto, si aggiungeva un filo di olio, e ci si inzuppava il pane.

In mancanza di uovo di poneva l’acqua bollita come sopra descritta su fette di arance poste nel piatto. Anche qui una croce (due fili) di olio, e via ad inzuppare il pane.

Finito il pane, si raccoglieva meticolosamente con il cucchiaio il “brodo” rimasto in fondo al piatto perché conteneva tracce di olio che non si potevano buttare.

Mia nonna, quando andava a falciare a mano un po’ di grano nel suo fazzoletto di terra, preparava l’acquaséla-frèdde, versione estiva di questa zuppa, fatta con acqua, sale, cipolla e pomodori crudi e l’immancabile croce di olio. Credo che servisse principalmente ad ammollare il pane duro.

Se raccontassimo queste cose ai ragazzi di oggi, venuti su a merendine del Mulino Bianco, ci prenderebbero per selvaggi o ci considererebbero quelli dell’Isola dei famosi…..

Questa era la vita di allora, quando tutti avevamo a pranzo sulla mensa il piatto unico, senza secondo. Eravamo tutti bramosi di un po’ di carne da mettere sotto i denti, perché la vedevamo raramente, mentre adesso ne siamo arcistufi.

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2 commenti

  1. Apple 8 gennaio, 2009 4:47 pm

    Altri tempi sì, ma a me è venuta l’acquolina in bocca :D
    Questa è una ricetta che si può proporre come cucina tipica in qualche ristorante e negli agriturismi.
    Roba ricercata, altroché!!!

  2. Lino Brunetti 11 gennaio, 2009 8:28 pm

    Da piccolo, durante l’occupazione anglo-americana, mi ricordo che a sera ci riunivamo intorno al tavolo da pranzo, madre, padre e quattro figli maschi (il quinto è del 1945) a mangiare “l’acquaséle” ciascuno nel proprio piatto. All’epoca in quasi tutte le case si mangiava, quando si mangiava, tutti nello stesso piattone, dove il più svelto infilava la propria posata più rapidamente.
    Mia madre non voleva, diceva: ognuno si mangia i “vavugghjie” suoi” per cui ognuno aveva il suo piatto.
    Sul portone di ingresso c’era il finestrino per prendere aria e da quella piccola apertura il nostro dirimpettaio al primo piano guardava nella nostra cucina e uscì fuori la storia che, in casa nostra, si mangiava carne e pesce tutte le sere. Per rispondere mia madre, sull’uscio di casa nostra, si rivolse alle vicine dirimpettaie molto amiche e disse loro (per fare intendere all’altro): Chi vuole, può sedersi alla nostra mensa e dividere con noi il pasto serale! Purché poi ci inviti alla sua mensa!

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