Respegghjé

Respegghjé v.t. = Svegliare

Riscuotere dal sonno, destare qlcu. Fig. incitare all’azione, scuotere dall’inerzia, sollecitare qlcu.

È in uso anche la versione arrespegghjé.

Mà, crématüne arrespìgghjeme ai cìnghe = Mamma, domattina svegliami alle cinque.

Esiste il modo riflessivo: arrespegghjàrece/respegghjàrece = svegliarsi.

Stàteve cìtte ca ce respègghje ‘a criatüre = zittitevi perché (altrimenti) si sveglia il poppante.

Möne, uagnü, arrespegghjàteve! = Forza, ragazzi, svegliatevi!

Arrespìgghjete, Madònne de Sepònde…= Svégliati Madonna di Siponto…
Nota canzoncina popolare devozionale rivolta alla nostra Protettrice.

Quando ero piccino ho sentito una mia zia (classe 1908) che diceva sceté, alla maniera dei Napoletani, come ad esempio, nella Canzone “Marechiaro: ….scétate Carulì, ca l’aria è doce! = Svegliati Carla, perché l’aria è dolce.
Non capivo il significato di questo sceté, e me lo feci spiegare. Questo verbo antico è ormai caduto completamente in disuso.

Nanònne

Nanònne s.f. = Nonna

Generalmente significa “mia nonna”. È prevalso il modo nanònne come per unire l’articolo al nome: la (mia) nonna.

Difatti per dire “tua nonna” si usa nònete o anche nònnete, e “sua nonna” si dice ‘a nònna söje.

In genere designa tutte le persone anziane o che sembrano anziane per acciacchi o per trasandatezza.
C’jì vestüte accüme a nanònne = si è vestita come una vecchietta, ossia con abiti trasandati o decisamente demodé.

Al maschile suona nónnó, con le “o” strette (come il francese metró).

Sò jüte au cambesànde a trué nónnó e nanònne = sono andato al cimitero a visitare la tomba dei miei nonni.

Pachjìreche

Pachjìreche agg., sopr. = Con la chierica, chiericuto.

1 – Pachjìreche o era un prete chiericuto, o uno che stava perdendo i capelli.

2 – Rinomata cantina affollata dagli intenditori per la buona qualità del vino ivi venduto.

Aveva il banco di mescita per la vendita al minuto del vino sfuso, e alcuni tavolini ove gli avventori affezionati andavano a giocarsi a carte un’abbondante bevuta di vino rosso cerasuolo.

Per apprezzare la qualità del vino, quasi tutti i clienti partivano dalle loro case con in tasca un bel biscotto al finochietto ( ‘nu scavetatjille).

Prima ne sgranocchiavano un pezzetto, in modo che la bocca richiedesse un primo bicchiere.
Poi intingevano un altro pezzo nel secondo bicchiere per farlo inzuppare.
Se uno era attento si faceva durare il tarallo fino al quinto bicchiere.

E poi il canto polifonico veniva da sé.

Siccome la cantin era sempre ben affollata, se qualcuno passava lì davanti la sera, sentiva il gran vociare degli avventori avvinazzati.

Era sinonimo di chiasso, strepito. Se in casa c’era un po’ di baccano, il papà per zittire la marmarglia, urlava: e ch’àmme fàtte quà, ‘a candüne de Pachjireche? = E che abbiamo fatto quì, la cantina di Pachjìreche?

Era così ben individuata che c’era questo motto in bocca ai paesani: ” ‘A candüne de Pachjìreche: ‘nu càzze, ‘nu pìppete e ‘ni chitemmùrte!” = La cantina di P.? Un turpiloquio, un peto e una sonora bestemmia..

Tutto un ricco programma per i beoni…

Trué sèmbe a pèzze a chelöre

Trué sèmbe a pèzze a chelöre loc.id. = Giustificare

La locuzione pittoresca, basata sulla benemerita opera delle nostre nonne, è molto efficace per descrivere una particolare abilità di chi sa trovare sempre una scusa buona, una ottima giustificazione di qls azione disapprovata da altri.

Visto che “trovare sempre la toppa del colore adatto allo strappo” è un’azione che non è da tutti.

Le nostre nonne conservavano sempre nell’apposito sacchetto, un mucchio di ritagli di stoffa proprio per rattoppare pantaloni strappati o logorati per l’usura. Tra questi riuscivano, catalogandoli uno per uno, a reperire quello più adatto, per consistenza e per colore, lavorando d’ago, a riparare il guasto.

Ricordo benissimo fino agli anni ’50 ragazzini che giocavano per strada e adulti al lavoro (muratori, imbianchini, pescatori, campagnoli) con i pantaloni rattoppati al ginocchio o al culo. Per la verità la toppa non sempre era dello stesso colore, ma la necessità di salvare quello rotto faceva superare questa diversità cromatica.

Quindi, la “reperire una toppa del colore adatto” nel linguaggio figurato, è diventata una giustificazione, o meglio, la straordinaria capacità di scovare una valida scusante per qls errore.

Giuànne quanne jì ‘nu fàtte tröve sèmbe a pèzze a chelöre = Giovanni, quando accade qualcosa (di spiacevole), riesce sempre a giustificarsi.

Scescéte

Scescéte agg.= Arruffato, scompigliato.

Dicesi di capigliatura scarmigliata, oltremodo in disordine, per trasandatezza, o per la forte ventilazione, o per altra causa.

Tènghe ‘i capìlle scescéte = Ho i capelli spettinati
Sttè tutta scescéte = È tutta scarmigliata, arruffata.

Anche i vestiti raffazzonati, stropicciati diconsi scescéte Credo che derivi da questo aggettivo il sostantivo sciösce