Chi ce avànde da süle jì ‘nu fasüle

Chi si vanta da solo (da sé) è un fagiolo (non una persona).

È questione di rima, come è accaduto anche nel corrispondente proverbio italiano: Chi si loda s’imbroda. Che non significa nulla, perchè il verbo è inesistente in italiano, ma dà l’idea di un brodo, detto sciacquapecciöne, ossia sbobba calda di nessun valore.

Alle scuole elementari qualcuno ci ficcò nella zucca quest’altro proverbio: che si vanta da se stesso è un asino pefetto.

Insomma in tutte le lingue è raccomandata la modestia.

Ringrazio la lettrice Marianna Grieco che mi ha riferito questo proverbio citato spesso da sua nonna.

Zìnghere e maste d’àsce, niscjüne fé ‘na buffetta lìsce

Zingari e maestri d’ascia, nessuno fa una credenza liscia.

Liscia è intesa qui come fatta a regola d’arte.

Succede questo perché né gli zingari – fabbri, stagnini e falegnami improvvisati – né i maestri d’ascia, che trattano benissimo il legno solo quando costruiscono barche o carretti, saranno capaci di confezionare un mobile da cucina, che deve essere ben rifinito.

Morale: lascia che ognuno faccia il proprio mestiere. Gli improvvisati sono chiamati ‘uastamestjire = guastamestieri, ammesso che così si possa dire in italiano corretto.

Nota linguistica.
Il sostantivo francese “buffet”, invariabile, è entrato in lingua italiana con diversi significati: oltre a quello di credenza, dispensa, come in questo caso, è inteso anche come pasto freddo. rinfresco, ricevimento, ristorante, bar, caffè.

In dialetto è usato al femminile ‘a buffette per indicare il mobile da cucina.

Siccome è seguito dall’aggettivo la desinenza si tramuta in “a”.

Alcuni esempi di questa regola grammaticale che riguarda i sostantivi femminili:
‘a röse = la rosa; ‘a rösa giàlle = la rosa gialle.
‘a méne = la mano; ‘a ména lònghe = la mano lunga.
‘a barche = la barca; ‘a bàrca növe = la barca nuova.
ecc. ecc.

U pecchéte d’a vàcche lu chjange ‘u vutjille

Il peccato della vacca lo piange il vitello.

È la trasposizione nel linguaggio rurale della frase biblica: le colpe dei padri cadranno sui figli.

Purtroppo nella vita accade spesso e anche ai giorni nostri.

Una volta si chiedeva: a chi sì figghje? = di chi sei figlio? Era il biglietto da visita. Se i genitori erano irreprensibili lo sarebbero stato anche i figli. Lo stesso se gli ascendenti erano cattivi soggetti.

Invece da una “mela marcia” può nascere un figlio onesto, e viceversa. I preconcetti non sono mai positivi o accettabili. Ogni persona va giudicata per quello che è, per come agisce.
Fine della lezione di etica.

Nota linguistica:
‘U vutjille è il vitello, in generale.
Stéche crescènne jòtte vutjille = Sto allevando otto vitelli.

Quando si intende l’animale da macello, o la carne di vitello, si nomina al famminile: ‘a vetèlle.
Accàtte ‘nu cüne de vetèlle, carne e jòsse = Compra un chilo di (carne di) vitello, carne e ossa.

Freché la ‘mbìgne

Freché l’ambìgne loc.id. = Fare la pelle, uccidere.

Generalmente questa locuzione viene pronunciata quale serissima minaccia verso un interlocutore che si comporta o mostra di comportarsi in maniera estremamente scorretta.

Cmq nessuno, dicendo questo, vuole veramente uccidere il contendente. Piuttosto gli esprime così una minaccia, un forte monito a comportarsi correttamente.

La mbìgne è una parte specifica del cuoio della scarpa.
Quindi freché la ‘mbigne equivale a “sciuppé ‘u còrje” = estirpare il cuoio, fare la pelle, come si dice in italiano.

Mbelezzé

Mbelezzé v.t. = Infilzare

Infilzare, arpionare, conficcare, ecc.

Insomma un’azione che si compie servendosi di un oggetto acuminato, dall’ago al forcone, dal coltello al palo appuntito (come quello usato da Ulisse per accecare Polifemo).

Nota fonetica: il solito nf che diventa mb: è una regola senza eccezioni. (es.classico: Mambredònje = Manfredonia)