Verròcchele

Verròcchele s.m. = Cavalletta

Si tratta della locusta migratoria, un insetto ortottero della famiglia degli Acrididi (Anacridium aegyptium), comunemente detta cavalletta, che si sposta periodicamente in sciami arrecando danni alle coltivazioni di cereali.

La locusta è caratterizzata da due fasi: la fase sedentaria (o solitaria) e la fase migratrice (o gregaria).

Misteriosamente le migrazioni periodiche di massa avvengono ad intervalli molto irregolari, anche a distanza di decenni. Ma quando arrivano in sciami sono numerosissime e distruggono interi raccolti di frumento. Fu una dlle bibliche piaghe d’Egitto.

In dialetto è al maschile, ‘u verròcchele, e si pronncia con la “ò” larga. Al plurale fa ‘i verrócchele, con la “ó” stretta.

Quando non c’era la play-station i bambini si divertivano a catturare una cavalletta, metterla sotto un barattolo vuoto, con una pietra sopra. Si diceva che dopo una settimana l’insetto sarebbe diventato di celluloide (non esisteva nemmeno la plastica). Probabilmente sotto il solleone la a povera bestia imprigionata nella latta si cuocesse agli infrarossi e disidratandosi lasciava visibile l’involucro disseccato e fragile.

Córle

Córle s.m. = Trottola

Trottola di legno tornito, munito di punta metallica. Aveva la forma di cono con la base a calotta. Esistevano di varie misure da 6 cm (‘u córle più diffuso) a 10 cm di altezza (detto ‘u pataccöne).

Si azionava mediante un grosso spago formato da due o più capi ritorti di canapa, detto zajagghje. Lo si avvolgeva sulla trottola e si lanciava su un terreno compatto. Il rapido srotolamento dello spago imprimeva alla trottola un movimento rotatorio tale da farla restare ritta sulla punta a pirlare su se stessa.

Si facevano giochi di squadra, con questi oggetti, che duravano un intero pomeriggio.
Il terreno ideale era di tufina battuta. Si tracciavano si di essa con la punta della trottola due cerchi concentrici: quello interno del diametro di 20 cm e quello esterno max 180 cm e delimitava la distanza da cui lanciare la propria trottola.
Tutto lo schema, come quello del gioco della campana era chiamato ‘a vènghe
Nel cerchio piccolo di poneva la trottola del giocatore che nel lancio iniziale per prima cessava di roteare.
Gli altri, a turno cercavano di centrarla pronunciando ad alta voce la propria volontà, rivolgendosi alla vènghe, ossia al tracciato sul terreno.
La dichiarazione d’intento più diffusa, perché non impegnativa, era: venga vè, pennìcchje da söpe = cerchio tracciato, colpirò sopra il giocattolo che è nel centro dell’area piccola proprio per scalfirlo. Se il lanciatore non la colpiva doveva semplicemente attendere il successivo turno di lancio.
Qlcu più sicuro dichiarava: Jü e Giuànne söpe e tutte quànde sòtte = Io e Giovani continueremo i lanci e tutte le altre trottole vanno poste al centro per subire i bombardamenti… Però, se non centrava la trottola che faceva da bersaglio, era la sua che doveva rimanere nel cerchio centrale a subire gli attacchi degli altri.
Lo scopo era la distruzione, ma raramente i córle si spaccavano per queste incursioni.

Dietro suggerimento del lettore Pino La Torre, aggiungo il glossario per completare l’argomento:

- Pennìcchje: Scalfittura, infossatura, buchino inferto dalla punta metallica di una trottola ad un’altra trottola giacente al centro della vènghe;

- Pennózze agg, = Pennuzza, nel senso si leggerezza. Indica una trottola di media grandezza che rotea sul palmo della mano, senza alcuna vibrazione, in modo così lieve da farsi sentire a malapena, segno evidente di buona riuscita;

- Lüme agg. = Lima. Sinonimo di pennózze. Forse perché la punta è perfettamente levigata come se fosse stata trattata con una lima a grana fine;

- Trùne, agg. = Tuono. Nel caso opposto al precedente, la trottola è difettosa, perche nel conficcare la punta metallica arroventata nel legno, non la si è mantenuta in asse. Quindi trùne/grave, pesante, contrario a pennózze/leggera;

- Zarabbabbàlle agg. = Instabile. È così definita quella trottola che per errata calibrazione, è disassata, e quando gira fa sul terreno una strana traiettoria, quasi saltellante ed è impossibile raccoglierla in mano.

Oggi i córle si vendono solo a Monte S.Angelo. I pellegrini di una certa età li comprano per nostalgia, ma non ci gioca più nessuno purtroppo :-(

Arìnje

Arìnje s.f. = Origano

L’origano (Origanum vulgari) è un’erba aromatica perenne della fam. delle Labiate, con foglie piccolissime e piccoli fiori rosa, tipica del clima mediterraneo, usata in cucina come aromatizzante. Viene coltivata in aree ben circoscritte perché è infestante.

La pianta spontana di origano ha odore ancora più pungente. Raccolta sul Gargano viene venduta a mazzetti nei mercatini rionali.

Ho provato anche l’origano di Basilicata, di Sicilia e del Napoletano. Non voglio fare il campanilista a tutti costi, ma quegli origani non hanno nulla a che vedere con ‘nostro’ sublime origano garganico.

Esiste la variante di origano detta Maggiorana (Origanum maiorana o Majorana hortensis) che si adatta ai climi nordici perché resistente alle basse temperatura.

Si può dire anchela rìnje, perché (con l’articolo) è omofono a l’arìnje e la rìnje.

Difatti si dice: mìtte ‘nu pöche de rìnje = Aggiungi un pizzico d’origano.
Agghje accattéte düje màzze d’arìnje (o de rìnje) = Ho comprato due mazzetti di origano.

Nelle tradizioni Appulo-lucane, il pane raffermo viene un po’ bagnato con acqua, poi cosparso con i semi e la polpa dei pomodorini spiaccicati sopra; il pane viene condito con abbondante olio extra vergine d’oliva e come tocco finale con una spruzzatina di origano secco. Così la fetta condita ha bisogno solo di un po’ di sale fino, ma se come companatico c’è formaggio o olive, abbastanza salati, di può farne a meno.
Ovviamente se c’è pane fresco si migliora la cena: sìssognori, perché è un’ottima cena anche dal punto di vista dietetico!

Chi nen sépe a vüje d’a chése, pòzza jì mùrte

Chi non sa la via di casa propria, possa andarci morto.

Un grave rimprovero per coloro che non vogliono adoperarsi per cercare di fare gli interessi della propria famiglia.

Una volta c’erano degli sciagurati che trascorrevano troppo tempo nelle osterie invece di piegarsi a cercare un lavoro qualsiasi.
Parlo di lavoro di braccia, chiamato fatüje proprio perché faticoso.

Quando si facevano accompagnare, ubriachi, a casa, diventavano maneschi sulle proprie moglie che giustamente li redarguivano. Ed ecco il grido di disperazione delle quelle poverette: chi non sa la via della propria casa, perché distolto da abitudini malsane, è meglio che ci vada morto!

Qui il fatto di non sapere la via di casa, oltre che materialmente, è inteso anche in senso metaforico, come per dire non saper valutare i propri doveri, le proprie responsabilità.

Nota fonetica:
Come ho spiegato in Ortografia e fonologia, al punto 6.5. il gruppo di consonanti ‘ns si pronuncia ‘nz’.
Infatti quel nen sépe, si poteva scrivere anche ne’nzépe in quanto omofoni.
Ma se voglio dire non lo sa, dove non c’è l’incontro della n con la s, e quindi non avviene il fenomeno linguistico della sonorizzazione della s, tipico delle parlate meridionali, pronuncio ne lu sépe, con la s normale e non con la z.

Grazie a Enzo Renato per lo spunto fornitomi.

Pegnùle

Pegnùle s.m. = Strobilo (detto pigna, o cono)

Il sostantivo pegnùle indica il cono degli alberi di pino (Pinus pinea), chiamati appunto conifere.

Stranamente in dialetto non esiste un termine per indicarne la pianta come l’italiano Pino (Pino marittimo, Pino Loricato, Pino Silvestre, Pino Cembro o delle Alpi, ecc.).

Si ricorre alla locuzione l’àreve d’i pegnùle = albero delle pigne.

I pinoli si chiamano ‘i summènde d’i pegnùle = i semi delle pigne. Usati nell’industria dolciaria e nella preparazione del “Pesto alla Genovese”, un piatto ormai diffuso in tutta Italia.