Madònne ´i féfe nèrje

Madònne ´i féfe nèrje loc.id. = Persona scura di pelle

È una di quelle definizioni che, all´apparire di una donna dalla pelle scura, forse perché abbronzata o semplicemente perché colei è proprio così di natura, si dicono sottovoce nascondendo un risolino, cucendo addosso alla malcapitata un nomignoplo che verrà rievocato ad ogni sua successiva comparsa.

E chi jí quèdde? ´A Madònne ´i féfe nèrje? = E chi è costei? La Madonna nera? (ossia: la Protettrice delle fave nere?).

Insomma ha un bel colore scuro, come il fondo del paiolo. Cliccate su ´ncaccavüte

Decètte ´u presótte: a pöche a pöche me màngene tótte

Disse il prosciutto: “a poco a poco mi mangiano tutto!”

Attorno a qualcuno di buone disponibilità, soprattutto economiche, girano gli approfittatori.

La vita è piena di “tranganére” e mangiajorze che ti lasciano “de cüle a chjapparüne“, e quando sei al verde ti voltano ignobilmente le spalle.

Grazie a Sedum per il suggerimento.

Véle chjó n´onze de reputazzjöne ch´a recchèzze de ´nu baröne

Vale più un oncia di reputazione che la ricchezza di un barone.

Ha più valore un briciolo di onestà e quindi di buon nome, che tutte le ricchezze di un nobile.

Ovviamente in politica vale il contrario: puah!

Saggezza popolare riscontrabile in tutti i proverbi.

Grazie a Sedum per il suggerimento.

Sèsse

Sèsse s.f. = Sàssola o sèssola

Nulla a che vedere con il sesso!

La sàssola o sèssola è quella grossa cucchiaia rettangolare, in legno o plastica, che serve a svuotare le imbarcazioni dall’acqua.

Quando esistevano i negozietti di generi alimentari che vendevano la merce sfusa, era usata per raccogliere il riso, la farina, lo zucchero, la pasta corta dai loro contenitori e trasferirli sulla bilancia.

Allora tutto si vendeva sfuso. Ovviamente questa sèssola era più piccola e di alluminio. Forse la usano ancora i negozi di torrefazione che vendono il caffé in grani.

La prima cosa che vedemmo confezionata in pacchi di carta translucida da mezzo chilo, fu la pregiatissima pasta “Sovrana”, del “Premiato Mulino e Pastificio D´Onofrio & Longo” di Manfredonia.

Purtroppo il “nostro” caro Mulüne andò distrutto in un incendio.

Stöve ‘na volte ´nu vècchje e ‘na vècchje…

Stöve ‘na volte ´nu vècchje e ´na vècchje
ca muzzecàvene ´i féfe addröte ´u spècchje…

C’era(no) una volta un vecchio ed una vecchia che levavano i naselli alle fave dietro lo specchio.
Si collocavano, in questo Detto, i due simpatici anziani a compiere la noiosa operazione dietro lo specchio dell’anta dell’armadio – unico specchio disponibile nelle case di una volta – più per una questione di rima che di privacy.

Anche questo inizio di favola, oltre a quello del ciócce de Mònde, e a quello di tánna-tánne era un modo burlesco che i nonni usavano, come anteprima, in risposta alla richiesta dei nipoti di farsi raccontare una favola.

Il “c´era una volta” era la parola magica che riusciva a bloccare i nostri rumorosi giochi e ad inchiodarci intorno al nonno o alla nonna.

L´inevitabile delusione veniva colmata subito dopo con una favola vera.

Muzzeché i féfe era un´operazione lunga e noiosa.