Mìgghje

Mìgghje s.m. = Miglio

Unità di misura di lunghezza in uso fino all’introduzione del sistema metrico decimale, avvenuto con l’unità d’Italia nel 1861.

Ora viene usato solo in marineria o in aviazione per definire le distanze.

Per una forte assonanza, al posto di “veglia”, viene usato erroneamente nella locuzione tra mìgghje e sùnne = fra veglia e sonno, nel dormiveglia. Anche perché non esiste in dialetto il corrispondente originale di “veglia”. Più verso gli anni ’50 si coniò “vegliöne” sull’onda delle manifestazioni carnevalesche. Ma è un termine importato dall’italiano.

Aspetto eventuali precisazioni per migliorare la trattazione di questo termine.

Adèrge

Adèrge v.t. = Erigere

È un verbo un po’ desueto, ma bellissimo, che significa: costruire, innalzare qlco. di importante o di imponente.

Viene indicato, ad es., per:
costruire un edificio, confezionare un abito, confezionare una vela, preparare un carro di Carnevale, costruire un muretto a secco, una parete di contenimento, un soppalco, ecc. ecc.

Luàteve da nànze: se venghe jü pe quàtte bòtte ve mènghe ‘ndèrre e v’adèrge ‘sta chése
= Toglietevi di torno (pelandroni): se vengo io vi butto giù la casa e la rifaccio in quatto e quattr’otto.

Ovviamente in questo caso mené ‘ndèrre e adèrge sono detti in senso metaforico (nel senso di spolverare, rifare i letti ecc.)

Per abbattere e ricostruire una casa vera in poco tempo ci vuole Gesù, che disse: distruggete il Tempio e lo ricostruirò in tre giorni, quantunque si riferisse al suo Corpo.

Sciallètte

Sciallètte s.f. = Sciarpetta, intingolo.

1 ) sciallètte = Lunga fascia di lana o di altro tessuto che si porta attorno al collo per ornarsi o per ripararsi dal freddo (Sabatini-Coletti). Una volta gli elegantoni la indossavano sotto il cappotto, in verticale dal collo in giù, senza nemmeno iaccavallarne i lembi. Ora si indossa alla meno peggio, a mio avviso in modo molto rustico e anticonvenzionale, con un orribile nodo, improponibile negli anni della mia giovinezza.

2) sciallètte, detta anche acquaséla càvete (per distinguerla dall’acquaséla frèdde) e sciallètte de purtjàlle = intingolo molto semplice.

La sciallètte era usata per inzuppare, o meglio, per ammorbidire tozzi di pane duro e vecchio. Come companatico valeva ben poco.

Suggerito dalla carenza di mezzi, consisteva in un mestolo di acqua, calda e condita con sale, che si versava in un piatto dentro cui era stato in precedenza spezzettato del pane molto raffermo e due fettine di arancia. Un filo, ma proprio un filo, di olio di oliva completava l’inusuale portata, che d’inverno rappresentava una vera e propria cena molto povera, in mancanza di altro.

Se questa sciallètte era monotonamente servita ogni sera, veniva accolta e apostrofata come sciacquapecciöne.

In Basilicata è detta “cialledda”. Presumo che abbia origine dal francese chaleur, chaud = calore, caldo.

Ora grazie a Dio, qui da noi nessuno soffre più la fame come una volta. Il pane che ora avanza viene spesso buttato nella spazzatura, perché è ritenuto “immangiabile”….e noi della vecchia generazione son sopportiamo questo scempio.

Il termine acquaséla usato all’inizio significa ‘acqua e sale’. L’acquaséla fredde era la versione estiva della sciallètte, e si compiaceva di avere, oltre all’acqua e al sale, anche una cipolla affettata che sostituiva l’arancia (purtjàlle) ed era arricchita dal pomodoro fresco affettato. L’origano era del tutto facoltativo.

Me dé ‘u uacjüle d’öre..

Il Proverbio completo suona così:
Me dé ‘u uacjüle d’öre e pò me fé jetté lu sànghe da jìndre = Mi dai una bacinella d’oro e poi mi fai soffrire, mi fai morire.

Anche gli Abruzzesi hanno un proverbio simile: Che bbàle nu vaccìle d’òre se ddèndre c-ì-à da sputà sanghe? = Cosa vale una bacinella d’oro se dentro ci devi sputare sangue ?

È la constatazione di una difficilissima convivenza coniugale o familiare in genere.
Mi copri di regali ma mi rendi infelice. Non mi fai mancare beni materiali ma mi angusti continuamente.

Occorre un po’ di buon senso e si potrebbe vivere meglio. Basta poco, che ce vo’?

Sparàgne ‘a farüne quànne ‘u sacche sté chjüne

Risparmia la farina quando il sacco è pieno.

Un invito al risparmio. Ovviamente si raccomanda di essere parsimoniosi sull’uso di tutti i beni materiali, non solo della farina.

Si sarebbe portati a fare un uso più abbondante di qualsiasi cosa quando se ne dispone largamente, a cominciare dal denaro. Il consiglio del Proverbio è quello di moderarsi per non rischiare di rumanì de cüle a chiapparüne = restare senza risorse.