Nen dànne rètte a sùnne, ca ‘u sunne jì ‘ngannatöre

Non dar retta al sogno, ché il sogno è ingannatore.

La saggezza popolare consiglia di tenere i piedi ben piantati per terra, di non volare troppo con la fantasia. Essere pragmatici spesso evita cocenti disillusioni.

Questo Detto serve a consolare anche qualcuno turbato da un brutto sogno. Capita, ad per esempio, di sognare la morte propria o di qualche parente. Quando, turbati, si racconta il brutto sogno, si trova subito chi ordina di non dar peso all’episodio, perché il sogno, si sa, è ingannatore, dice il falso, non è mai attendibile.

Forse il dott. Freud non sarebbe molto d’accordo….Ma lui aveva la chiave di lettura dei sogni, noi no.

Grazie al lettore Enzo Renato per il suggerimento.

A cöse ammuccéte, nen chéche la mòsche

Traduzione: (sul)la cosa nascosta, non caca la mosca.

È un invito alla discrezione, ad agire senza dare nell’occhio, a non mostrare il fianco a critiche, a nascondere le proprie debolezze.
Diventa facile per gli altri scoccare frecciate, o pugnalate (metaforiche) perché si diventa bersagli viventi (sempre come metafora).

L’àte fanne i fatte, e chi ca jì ‘a putténe? Caremöle Pampanelle !

Si attribuisce la colpa sempre alla stessa persona, anche se poi sono gli altri a combinarne di grosse!

Alla lettera si traduce: gli/le altre compiono misfatti, e (alla fine) chi è la puttana? (la solita) Carmela Pampanella.

Similmente in italiano si dice: chi per bugiardo è conosciuto, qualora dica il ver non è creduto.

Povera Carmela.

Lo stesso proverbio l’ho sentito anni fa da un Salernitano…non ricordo però il nome della puttana citata in Campania.

Grazie al lettore Enzo Renato per il suggerimento.

Cìtte cìtte e scàzze ì trùne

Qusto proverbio calza con il corrispondente italiano “Acqua cheta logora i ponti”

Non ti fidare di coloro che sembrano calmi e tranquilli perché sanno tirar fuori qualità impensate.

Il soggetto citte-citte (zitto-zitto, silenzioso) schiaccia i tuoni.

È necessario spiegare alle nuove generazioni che ‘i trùne (i tuoni) in questo caso indicano dei petardi potenti (botte a muro) inesplosi.

Ebbene inaspettatamente il nostro soggetto li calpesta incurante del pericolo, mostrando coraggio e decisione.

Ovviamente si parla per metafora, come per dire, citte-citte e fé i fatte. Senza far strepito va al concreto.

Manjéte

Manjéte s.f. = Manipolo

Col nome di manipolo nell’antica Roma, si indicava una schiera di soldati composta di una o due centurie.

Per stensione significò successivamente un contingente poco numeroso di uomini armati.

Specificamente, in epoca fascista, valeva: esiguo gruppo di persone che si battono per scopi ed interessi comuni. Gli interessi comuni erano quelli del partito fascista. In nome del Fascio menavano le mani, i manganelli, le pugnalate a Matteotti, e tante altre belle cosette riservate a coloro che non la pensavano come il Duce.

Per i Manfredoniani il termine perciò assunse una valenza molto negativa: ‘na manjéte de fetjinde = Un manipolo di prepotenti.

Grazie al contributo del lettore Sator.