Salüte a nüje e ‘mbaradüse a jìsse

Diciamo: salute a noi, e (che lui si trovi) in paradiso.

È chiaramente un invito a guardare avanti, a non lasciarsi abbattere nemmeno da un lutto. La vita va avanti, nonostante tutto. Come dicono gli Americani? The show must go on = Lo spettacolo deve continuare.

Perciò: lui è morto? Salute a noi e che riposi in pace nel Paradiso.

Paradüse

Paradüse s.m. = Paradiso

In molte religioni, si definisce Paradiso quel luogo in cui sono radunate le anime dei giusti dopo la morte, e sono esaltate in modo eccelso dalla diretta visione di Dio.

Per estensione si definisce ‘nu paradüse un luogo reale della terra bellissimo e incontaminato.

So’ stéte alla Sicìlje: ‘nu paradüse = Sono stato in Sicilia: un vero paradiso.

Per dire “in paradiso” si dice ‘mbaradüse, legando “in” al sostantivo. Qualcuno dice ‘mbaravüse. Per me vanno bene entrambe le versioni.

Ecco un’interessantissima dissertazione di Enzo Renato sulla pronuncia di ‘mbaradüse o ‘mbaravüse:

Mbaravüse in realtà lo dicono i Montanari ed i Montagnoli anche se non escludo che anticamente si dicesse così anche da noi.

Difatti, taluni antichi termini manfredoniani, oggi appaiono ai più come termini montanari, ma solo perché in tale dialetto essi si sono meglio conservati.

Il dialetto manfredoniano invece ha subito, negli ultimi decenni, una maggiore italianizzazione.

Tipici esempi:
- da iniziale doppia d si è passati alla doppia l (cepòlle in luogo di cepòdde; cavàlle, martjidde diventati cavàlle, martjille. È rimasto códde per dire “quello”.

- da sc si è passati a j. da desciüne, scì a dejüne, jì).

A Monte San’Angelo esistono così tuttora, sono rimasti invariati.

Inoltre la convivenza con la popolazione montanara generata, non solo dalla vicinanza, ma anche dai continui e frequenti matrimoni tra questa e quella gente, da sempre attestati nella storia, e maggiormente accentuata a seguito dell’emigrazione di massa, avvenuta nel secolo scorso, da Monte a Manfredonia, hanno creato una tale promiscuità di gente e di dialetti, che oggi è davvero un arduo compito individuare o riconoscere l’appartenenza esclusiva e totale di un certo termine ad uno dei due dialetti.

La mia convinzione è che, in definitiva, anticamente il nostro dialetto non doveva differire poi tanto da quello di Monte Sant’Ant’Angelo, se non nella pronuncia (che è tutt’oggi spiccatamente diversa).”

Sté a làtte e vucjille

Il Detto Sté a làtte e vucjille letteralmente significa stare a latte e pennuti.

Si dice di chi viene curato, nutrito e pasciuto lautamente e prelibatamente.

Oggi si dice a uno che al mattino, ad esempio, prende il cappuccino, poi lo yogurt, poi la spremuta d’arancia, ecc, ecc. ….

Spesso è tipico della persona oziosa e viziata. Ma che comunque si nutre o viene nutrita…

Vjéte a jìsse: sté a làtte e vucjille = Beato lui! È ben curato e pasciuto.

I vucjille = gli uccelli, indicano i pennuti in genere, anche i polli e i volatili prede dei cacciatori.

Quindi cibo fresco e prelibato.

Un po’ come dire che viene nutrito con latte e miele, o con i guanti gialli. Trattamento di prima categoria.

Na chépe de chjànde e ‘na mangéte de maccarüne

Traduzione letterale: un gran pianto e una mangiata di maccheroni. La sintesi dell’evento luttuoso. Insomma: la vita continua

La locuzione è un invito a riprendersi dopo aver subito un brutto colpo del destino, come ad esempio un lutto in famiglia.

Ma sì, la vita va avanti. Abbiamo fatto un gran piangere (‘na chépe de chjànde = un “signor” pianto) e, come da copione, abbiamo fatto anche una sostanziosa mangiata (vedi ‘u cunzùle). Ma ora bisogno pensare a vivere.

La locuzione può essere rivolta a se stessi o anche a qualche amico cui si è vicini. Come per dire: Coraggio! Non pensarci più, va avanti.

Ancora una volta il grande Enzo Renato mi ha dato lo spunto per questo articolo.
Grazie dottore!

Ròbbe de pröta pòmece e fjirre de cavezètte

Alla lettera: roba di pietra pomice e ferri da calza.

Materiale di scarso pregio, o inadatto.

Credo che si riferisca anche ad un lavoro fatto male.

Invece di usare pietrisco di varie pezzature (gli ingegneri parlano di Curva granulometrica di Fuller) per l’impasto del calcestruzzo si è adoperata la pietra pomice, porosa e friabile.

Così pure, al posto del tondino di ferro nervato dal diametro di mm 8 o maggiore, nel pilastro si sono inseriti ferri lisci e sottili come quelli usati per i lavori a maglia.

Insomma con i materiali scadenti non si possono ottenere buoni risultati.

La locuzione vale per cose, azioni ma anche persone, approssimative e scadenti e perciostesso inaffidabili.

Grazie a Enzo Renato per il suggerimento.