Serpànde

Serpànde s.m. = Serpante

Attenzione, non è un errore di battitura, non si tratta di “serpente”.

È un termine un po’ curioso, noto solo a coloro i quali hanno prestato servizio militare in Marina.

Viene così chiamato il Marinaio addetto alla pulizia dei locali igienici sulle navi. Insomma, dato che è un servizio sgradevole, viene imposto come punizione a qualche giovanotto che manifesta spirito bollente, giusto per dargli una calmata e fargli apprezzare la disciplina militare.

A nessuno piace pulire i cessi!

Mangé ‘u péne tùste

Mangé ‘u péne tùste loc.id. = Fare esperienza, pratica, tirocinio

La locuzione, alla lettera, significa: Mangiare pane duro.

Quando una volta il pane si faceva in casa, doveva durare minimo una settimana, e perciò – dopo il primo giorno – diventava duro e bisognava mangiarlo così duro fino alla prossima panificazione. Si mangiava praticamente pane duro quasi tutti i giorni. Il lunghissimo tempo necessario ad apprendere un mestiere.

Insomma, uà mangé de pene tùste, figuratamente, significa: ne deve passare di tempo per fare esperienza, per arrivare ad un buon grado di conoscenza del proprio mestiere. Insomma il poveretto è alle prime armi e non ci si può aspettare più di tanto. Dovrà fare ancora molta strada.

A proposito di pane duro, mi è stato raccontato che quando arrivava il pane fresco, un papà accorto non lo faceva mettere a tavola fintantoché non diventava duro.

Ho chiesto incuriosito la ragione, oggi incomprensibile, di questo atteggiamento paterno. Ebbene la risposta è stata sorprendente: altrimenti il pane sarebbe finito prima, perché quando è fresco si consuma in quantità maggiori rispetto alla quota giornaliera, e perciò la provvista di farina si esauriva anzitempo.

Vallo a reaccontare ai giovani d’oggi, tutti alle prese con le diete…..

Pezzarèlle

Pezzarèlle s.f. = Dolcetto

Dolcetto secco familiare, che si preparava per le grandi ricorrenze.

Un po’ come i Pavesini, era composto solo di farina, zucchero e uova. Dall’impasto piuttosto sodo si ricavavano a mano tante palline che si ponevano su una larghissima teglia unta per la cottura nel forno pubblico.

Le massaie più fantasiose ponevano i cima alla pallina un chicco di caffé abbrustolito. Durante la cottura la pallina si abbassava un po’ e il risultato finale era una mezza sfera, una cupoletta, con un puntino nero in cima.

Si offrivano le pezzarèlle assieme ad un il liquore fatto in casa (‘u resòlje = il rosolio).

Si può dire anche pizzarèlle, ma non ha niente a che vedere con le pizzette!

In epoca più moderna era chiamata ‘a pastarèlle, ma non mi piace (il termine, non il dolce).

Ora questo dolcetto genuino non si fa più in casa. Si compra quella pasticceria secca, già pronta, in scatole rotonde di latta, con provenienza olandese o da Paesi scandinavi.

foto di Gigi Lombardozzi

Tenì i delüre ‘ngùrpe

Tenì i delüre ‘ngùrpe loc.id. = Essere malntenzionato. Avere mire segrete

Nulla a che vedere con il Pronto Soccorso. Il mal di pancia (i dolori in corpo) sono metaforici per dire che si ha un’aspirazione segreta che va a detrimento degli altri.

Un po’ come dire tenì i cendrüne a travèrse o l’ogna spacchéte.

Nen penzànne ca te völe böne. Mattöje töne i delüre ‘ngùrpe! = Non credere che ti voglia bene. Matteo è malintenzionato verso di te.

Giuànne nen me péje l’affìtte da düje müse. Coddu desgrazzjéte töne i delüre ‘ngùrpe! = Giovanni non mi paga la pigione da due mesi. Quel mascalzone chissà quali intenzioni ha.

Tenì l’ogna spacchéte

Tenì l’ogna spacchéte loc.id. = Essere in malafede

Chi ha metaforicamente l’unghia spaccata e lo sa, anche anche se mostra di fare una carezza, lo fa per ferire e sopratutto perché ha il suo sporco tornaconto.

Il detto significa: agire con malizia, in malafede, con un secondo fine.

Chi vé pe l’ogna spacchéte jì ‘nu tranganére. = Chi agisce in malafede è un egoista