Biése

Biése n.p. = Biagio

Da noi, a causa della lunga permanena a Manfredonia dei dominatori Angioini, è rimasta l’influenza della lingua francese. Infatti i Franvcesi tuttora dicono Blaise per questo nome.

Biagio deriva forse dall’osco blaesus, “balbuziente”, preso dal greco blaisos, “storto”, diventato in epoca romana nome gentilizio, poi soprannome e quindi nome personale.

L’onomastico si festeggia il 3 febbraio in onore di san Biagio vescovo, martire in Armenia nel 306.

Verròcchele

Verròcchele s.m. = Cavalletta

Si tratta della locusta migratoria, un insetto ortottero della famiglia degli Acrididi, comunemente detta cavalletta, che si sposta periodicamente in sciami arrecando danni alle coltivazioni di cereali.

La locusta è caratterizzata da due fasi: la fase sedentaria (o solitaria) e la fase migratrice (o gregaria).

Misteriosamente le migrazioni periodiche di massa avvengono ad intervalli molto irregolari, anche a distanza di decenni. Ma quando arrivano in sciami sono numerosissime e distruggono interi raccolti di frumento. Fu una dlle bibliche piaghe d’Egitto.

In dialetto è al maschile, ‘u verròcchele, e si pronncia con la “ò” larga. Al plurale fa ‘i verrócchele, con la “ó” stretta.

Quando non c’era la play-station i bambini si divertivano a catturare una cavalletta, metterla sotto un barattolo vuoto, con una pietra sopra. Si diceva che dopo una settimana l’insetto sarebbe diventato di celluloide (non esisteva nemmeno la plastica). Probabilmente sotto il solleone la a povera bestia imprigionata nella latta si cuocesse agli infrarossi e disidratandosi lasciava visibile l’involucro disseccato e fragile.

Pindalòsce

Pindalòsce s.f. = Scorreggia

Voce fanciullesca per indicare una scorreggia.

L’emissione di gas intestinale era un po’ glorificata in questa specie di “conta” per stabilire, quando si stava seduti attorno al fuoco (perché la televisione non era stata ancora inventata) chi era stato l’autore della puzza.

Ecco l’audio della
pindalòsce

Ecco il testo:

Pendìlle, pendìlle, pendòsce
ch’jì ca ò fàtte la pindalòsce?
L’ò fatte ‘u cüle fetènde
e Sant’Andònje l’abbrüsce ‘u dènde.
Póh póh, póh
e che fjite c’à fatte tó!
L’ò fatte ‘u pundarüle
e Sant’Andònje l’abbrüsce ‘u cüle.
Póh póh, póh
e che fjite c’à fatte tó!

Mo ce sfrjiche!

Mò ce sfrjiche loc.id. = Mi stai scocciando

Mo’ ce sfrjiche! = Espressione (volgare) di stizza che si indirizzava – dopo aver dapprima ostentato una certa indifferenza, e molto autocontrollo – verso qlcn che si comportava da inveterato, pedante, inopportuno, insopportabile, e reiterato rompiscatole (Giuà, mo’ ce sfrjìche!! Si’ pròpete ‘nu checa-cà’***! = Giovanni, mi stai importunando, sei proprio un seccatore!).

Il senso era di rinfacciare allo sfrontato interlocutore d’essere colui che viene a “rompere le scatole” proprio quando si è intenti – diciamo così – a compiere qualcosa di estremamente interessante…

Era così diffusa l’invettiva, che si lanciava anche sottintesa con un monosillabo accentato, ben chiaro e comprensibilissimo dalla controparte: “ …Sfrjì!…”

Immaginate quando qualcuno vuol fare un discorso serioso in un gruppo di amici. Minimo si sente dire, quale immediato commento, magari a mezza voce: “Sfrjì!”… In questo caso scoppia una risata (o una rissa, dipende dall’affiatamento del gruppo).

Ovviamente era prevista la risposta del soggetto preso di mira: “Ma pròprje!” (oppure: “ma pròpete!”), nonché la contro-risposta, articolata in una micidale alternativa. O si lanciava di nuovo lo: “Sfrjì!”, oppure si porgeva un grazioso e gentile invito, una speranzosa richiesta: “Pùrte a sòrete, ca stéche prònde!….”

Sulle note della marcetta di Stanlio e Ollio addirittura si cantava l’intero repertorio: “Mo’ ce sfrì/ma pro’/mo ce sfrì/ma pro’/purteme a sòrete/ca stéche prònde!”

Insomma il “dialogo” così codificato sovente andava sfociare in un’inevitabile colluttazione (vé a fenèsce a taccaréte), e perciò era consigliabile non lasciarsi andare troppo su questa china.

Fortunatamente questa “moda” è passata in disuso verso il 1960.

(da manfredoniano.com, sez. Sorridiamo sui modi di dire locali, di Tonino Racioppa)

Scujirte

Scujirte s.m. = Cortile interno

Alla lettera significa: scoperto.

Si tratta di una superficie a cielo aperto esistente all’interno del condominio come pozzo luce di proprietà comune.

Una volta, quando le case erano per lo più ubicate a piano terra, lo spazio retrostante, recintato, era adibito a stenditoio ed era uno spazio di pertinenza del vano abitato. Qualcuno vi alloggiava ‘u caggellöne = la stia per allevare le galline ovaiole.

Per scujirte si intende anche un terreno recintato adibito a deposito di materiale vario a cielo aperto.