Alla settandüne o alla candüne o alla sagrestüne

(Arrivato) alla settantina, (l’uomo si orienta) o all’osteria o alla religione (alla sacrestia).

Questo proverbio evidenza la caducità dei sensi dovuta all’avanzare della vecchiaia.

Veramente una cinquantina d’anni fa si citavano i sessantenni. Allora, per la vita logorante che si conduceva, le donne e gli uomini a 50 anni erano già considerati semi-invalidi.

Ora le cinquantenni sembrano ragazzine e i sessantenni sono ancora vitalissimi e galletti. Perciò ho volutamente spostato l’età a settanta.

Questo proverbio è simile a quello che suggerisce di lasciare la moglie per il vino.

Alla settandüne, làsse a megghjèrete e mjinete söpe ‘u vüne

(Arrivati alla) settantina, lascia perdere tua moglie (perché faresti flop) e trova piacere con un buon bicchiere di vino.

La saggezza popolare dà questo suggerimento bonario al marito che perde colpi. Non so se il Viagra può modificare questo proverbio. Forse la moglie settantenne, avendo da tempo seppellito certi desideri, troverebbe fastidioso il ringalluzzimento artificale del consorte.

Proverbio simile a quello che pone l’alternativa fra la cantina e la sacrestia.

Tùtte l’àngele a chésa möje!

Tùtte l’àngele a chésa möje loc.id = Che sorpresa!

Alla lettera significa: (Che bello,)tutti gli angeli (si sono radunati) a casa mia!

Si tratta di un’espressione di meraviglia, di sorpresa, allorquando, rincasando, il padrone di casa si imbatte in graditi ospiti che si erano intrattenuti oltre il tempo prefissato proprio per salutarlo.

Ovviamente la locuzione è accompagnata da un vistoso sorriso e dall’invito a rimanere ancora,nonostante quelli mostrino di voler andare via.

L’espressione è bella e mi è sempre piaciuta e non manca occasione di sfoderarla con i miei (grazie a Dio) numerosi amici.

Necchjé

Necchjé v.t. = Adocchiare

Vedere, osservare, scorgere, individuare (ad es.tra la folla) fissare qlcu o qlco, guardare con interesse o desiderio.

Quando le sartine si ponevano sedute sull’uscio della sartoria, era inevitabile che attirassero i giovinotti.. Noi ronzavamo nei paraggi per scorgere nel gruppetto le figliole più carine. A loro volta, le donzelle, senza sollevare lo sguardo dal lavoro cui erano intente (sàcce accüme facèvene!) individuavano infallibilmente quelli che necchjàvene e ridevano a testa china, apparentemente senza motivo.

Poi ho appreso che ad ognuno di noi veniva all’istante affibbiato un nomignolo, che causava la risatina più o meno sommessa del gruppetto: (senza cüle, jàmme a velózze, ricciolòtte, maškere di gòmme, occhio-magico, ciuffètte, vasciòtte, stralùnghe, ecc. ecc.).

Presumo che necchjé derivi dall’italiano “adocchiare”, per la funzione dell’occhio adoperato in questo verbo.