Fé ‘i sagrefìcje

Fé ‘i sagrefìcje loc.id. = Sacrificarsi. Pianificare le nascite

1) – Fé ‘i sagrefìcje = Fare i sacrifici. Sacrificarsi per il bene della famiglia, rinunciare a favore di altri.

2) – Fé ‘i sagrefìcje = Pianificare le nascite.

Le nostre nonne non conoscevano contraccettivi di alcun genere. Niente pillole del giorno prima e del giorno dopo, condom, creme spermicide, pessari, diaframmi e spirali o altri anticoncezionali.

Quando si accorgevano che sette-otto figli erano troppe bocche da sfamare, allora “facevano i sacrifici”.

Lo sentivo bisbigliare tra le varie zie e vicine. Avevo le orecchie innocenti e loro non nascondevano troppo questo eufemismo. Io non capivo bene cosa fossero questi “sacrifici”. Poi la vita mi ha aperto gli occhi su tanti aspetti della vita sessuale all’interno del rapporto di coppia fissa.

Il “sacrificio” principale consisteva nell’astinenza. Lascio immaginare il disagio che esso causava. Questo è stato il vero sacrificio dei giovani coniugi di allora.

Negli anni ‘70 è venuto il boom della “pianificazione delle nascite”. Su tutti le riviste dell’epoca di parlava dei “metodi contraccettivi”, distinguendo i metodi naturali (astinenza, coitus interruptus, amenorrea post partum in allattamento, Ogino-Knaus, Billings) e quelli artificiali (preservativo, diaframma, vasectomia maschile, chiusura delle tube, ecc.).

Rè-rè

Rè-rè avv. = Spavaldamente, in modo invadente, sfrontato.

Credo che sia un po’ un eufemismo. Significa: “che è come un Re, cui si deve rispetto e obbedienza”.

Ce presènde rè-rè e a chi dé a chi combromètte = Arriva baldanzosamente e fa il gradasso.

Guardàtele a jìsse, rè-rè söpe ‘a spiàgge! = Osservatelo, sfrontatamente fa il galletto sulla spiaggia.

A la fèste, tutte quande hanne purtéte ‘nu riéle, e stu cazzöne ce n’jì venüte rè-rè = Alla festa (del compleanno) ognuno ha portato un regalino, ma lui, il minchione – come al solito – ha fatto la sua figura di merda per essersi presentato a mani vuote.

Quelli che non hanno peli sulla lingua dicono: ce ne vöne càzze-càzze… = Se ne viene senza essere stato invitato o interpellato, e vuole, con altezzosità e presunzione, imporre il suo modo di vedere.

La risposta sorge spontanea: Ma va lu pìgghja ‘ngüle! (sempre per il fatto che non c’è peluria sulla lingua) = Ma vàffa!

L’avverbio ha anche un significato, diciamo civile, di: gelosamente, con attenzione, con cura.

Esprime il concetto del massimo rispetto, specie se si affida un oggetto a qlcu.

Tjinatìlle rè-rè, come per dire: custodiscilo gelosamente, tienilo caro caro, con la massima cura.

Anche ironicamente, rimproverando qlcu che poteva conferire un oggetto, ad esempio un salame o un bottiglione di vino per una cenetta, e non lo ha fatto: tjinatìlle rè-rè = conservalo come un trofeo.

Luöre

Luöre s.f. agg. = Vero

Che corrisponde alla realtà, alla verità, che è effettivo, reale.

Te sì accòrte ca quànne parléme ‘ndialètte allunghéme ‘i paröle? Veramèeeeende? Sìììì, jì luööööre!… = Ti sei accorto che quando parliamo in dialetto allunghiamo le parole? Sul serio?…Sììììì, è veeeeero!

- Jì luöre ca te sì accattéte ‘na chése? – Sì, jì luöre, agghje fatte ‘u dèbbete alla Banghe. – E bréve a jìsse! = È vero che ti sei comprato un appartamento? Sì, è vero, ho contratto un mutuo con la Banca. Sei stato inaspettatamente bravo.

Munelècchje

Munelècchje s.f. = Pesce minuto

Quando si pescava con il sistema della sciabica, si raccoglieva una gran quantità di pesci piccoli, di varie specie, considerati di scarso valore commerciale detti “‘i pìsce meškéte” = i pesci mischiati e si vendevano a piattecjille = “a piattini”, non a peso.

Le nostre nonne, che sapevano trasformare in gustose pietanze i pesci piccoli, di scarso pregio, e anche gli avanzi più impensati, ci ricavavano una zuppa profumatissima per intingervi e ammorbidire i tozzi di pane avanzati e induriti da giorni.

Tra i vari pesci “mischiati” (sbarrungjille, vuparèlle, justenèlle, maccarüne, ecc.) vi erano le mitiche munelècchje.
Le chiamo mitiche perché oggi le vediamo molto di rado. I giovani di oggi non sanno nemmeno come sono fatte. Ci fidiamo delle sue doti eccezionali esaltate e tramandateci dai nostri nonni, che decantano con nostalgia la scomparsa ciambòtte de munelècchje.

Per risalire all’origine del nome, i pescatori, da me interpellati, dicono che si tratta di giovani mìnele o mìnje = mennole (>Spicara flexuosa o Spìcara Maena).

Tande ricche marenére, tande pòvere pescatöre

Ritrovarsi da così ricco marinaio a così povero pescatore. Da armatore a mozzo.

La vita sovente presenta un conto amaro: basta un niente, un rovescio di fortuna, e ci si trova in rovina. Per risalire la china bisogna ripartire da zero se si hanno le forze per farlo.

Perciò attenzione, aprire bene gli occhi, essere prudenti specie nelle questioni economiche. Diffidare dai guadagni facili, dalle azzardate speculazioni. Ci si può trovare sul lastrico.

Il proverbio si cita anche allorquando si scopre che un millantatore si è spacciato per sedicente benestante, e poi ri è rivelato povero in canna. È il rammarico di chi avrebbe sperato di mettersi in società con l’avventuriero.