Rumanì “Ánema tènde e còsce abbagnéte”

Sentirsi in uno stato di frustrazione per il mancato soddisfacimento o appagamento dei propri desideri, delle proprie speranze e simili, dopo aver commesso, magari controvoglia, un’atto, un’azione contro i propri principi morali.

Questo Detto raccoglie la delusione di una innammorata che ha assecondato il focoso partner ma che dall’amplesso non ha tratto ciò che si aspettava.

Infatti alla lettera esso significa: ritrovarsi con l’anima tinta e le cosce bagnate. riassume il fatto che la poveretta si è ritrovata al termine del “petting”, con la coscienza sporca per aver commesso la trasgressione, e con le sua parti intime impregnate, ma senza aver provato soverchia eccitazione.

Attórne

Attórne avv. = Attorno, intorno

Attorno, nei paraggi, vicino. Assume in quattórne = qua attorno, una connotazione negativa e rafforzativa.

Che faciüte aqquattórne? Jétevìnne da quà! = Che fate qua vicino? Andate altrove!

Me giüre ‘a chépe attórne attórne = Ho il capogiro. vedi chepetórne

Chépetórne

Chépetórne s.m. = Capogiro, vertigine

La prima parte del termine, chépe chiaramente significa capo, testa. L’altrà parte tórne è derivano dal francese tourner e significa proprio girare. Ricordo una canzone di Yves Montand: Tu me fais tourner la tête= Tu mi fai girar la testa.

Chépetórne designa lo stordimento causato dallo svolgimento di taluni giochi fanciulleschi, o di un vorticoso valzer. Quindi con un sorriso si aspetta che cessi.

Se invece il capogiro ha origine patologica è chiamato proprio geramènde de chépe = giramento di testa. Sovente accompagnato da vomito e diarrea (jì da söpe e da sòtte).

Pigghjé l’appöse

Pigghjé l’appöse loc.id. = solere, essere solito volutamente

Prendere il vizio, la consuetudine di fare sempre un’azione a danno di altri.

Si dice pigghjé o pegghjé, indifferentemente. Sarebbe più corretto dire pigghjé come l’italiano pigliare. Difatti all’imperativo si dice pìgghje = piglia.

Scherzosamente la mamma, quando notava un giovanotto ronzare intorno alla propria casa, passare e ripassare, diceva:

E jìsse! ho pegghjète l’appöse a venì sèmbe quattórne = (Guardalo!) ui è ormai ha preso l’abitudine a gironzolare sempre in questi paraggi.

Mò te déche ‘nu becchjerüne, ma nen pigghjànne l’appöse = Ora ti dò un liquorino, ma che non diventi un’abitudine.

Cerco di capire il significato di pigghjé l’appöse, e mi sembra “prendere una discesa”. Quindi figuratamente, giungere agevolmente ai piedi della china, arrivare a fine corsa senza fatica, perché è più facile andare in discesa piuttosto che in salita.

Gira e gira e si giunge al posto preferito, anche perché là si possono facilmente trarre vantaggi.

Pìgghjete la jurnéta böne, ca la malamènde nen mànghe mé

Goditi la giornata buona che la cattiva non manca mai.

I latini sintetizzando il pensiero dicevano, come il grande poeta Orazio da Venosa nelle Odi: carpe diem, quam minimum credula postero = afferra il giorno (buono) confidando il meno possibile nel domani.

Un mio amico napoletano diceva che la giornata buona ce la dobbiamo creare noi, mentre quella cattiva viene da sé, senza essere chiamata.

Similmente, in maniera un po’ consolatoria, riferendosi alla sorte o alla stressa vita, si dice anche : pigghjatìlle accüme vöne = prenditela come viene. Ossia non avere rimpianti o rimorsi.