Travanàrece

Travanàrece v.t. = Bagnarsi completamente, infradiciarsi

Spec. quando qlcu viene sorpreso dalla pioggia senza ombrello o altro riparo, e viene investito da un temporale o abbondantemente da acqua in genere (anche da ‘nu mùgghje = un gavettone,
un’onda anomala).

Si dice c’jì travanéte = si è inzuppato completamente.

Forse deriva da trapanare, nel senso che l’acqua della pioggia inzuppa prima i vestiti e si poi s’insinua fino alla pelle.

Škatté ‘u cüle ai mangiulècchje

Škatté ‘u cüle ai mangiulèchje loc.id. = Picchiare (del sole)

È un termine di paragone per dire che il caldo è così torrido che fa crepare il culo perfino alle lucertole, che pure sono veloci nello spostarsi sul terreno arroventato dalla calura estiva.

Che jéte facènne? Sté ‘nu söle ca škàtte ‘u cüle ai mangiulècchje! = Siete sventate! C’è questo sole che picchia forte e voi andate in giro?!

Sant’Andònje, che càvete! Fé škatté ‘u cüle ai mangiulècchje! = Sant’Antonio, che caldo! È talmente caldo da far scoppiare!

Notate che quando fa caldo, almeno i nostri genitori nominavano Sant’Antonio (perché la ricorrenza di questo Santo è di giugno), e non ad es. San Nicola che viene di dicembre.

Scarpjöne

Scarpjöne s.m. = Geco

Il geco (Tarentola mauritanica) è un piccolo rettile simile a una lucertola, appartenente alla fam. dei Geconidi di color grigiastro o bruno, innocuo e insettivoro.

Ha abitudini notturne. Ha caratteristiche dita a spatola munite di lamelle adesive che gli permettono di arrampicarsi sulle pareti lentamente.

Tipico delle zone temperate mediterranee. Erroneamente a lungo ritenuto velenoso per il suo aspetto orribile, diverso dalla elegante e guizzante mamàngele= lucertola. Difatti di qlcu che non aveva un bell’aspetto si diceva: Jì ‘nu scarpiöne = È un geco dei muri.

Il geco comune delle case si trova nelle abitazioni situate in ambienti caldi e umidi e, visto che è un rettile innocuo, è bene non allontanarlo poiché si nutre di insetti fastidiosi per l’uomo come falene, mosche, moscerini e zanzare.

Nulla a che vedere con lo scorpione cui assomiglia solo nel nome.

Selènzje

Selènzje s.m. = Silenzio

1 – Condizione ambientale caratterizzata dall’assenza di suoni, rumori o voci: che selènzje stasöre = che silenzio questa sera!

2 – Il non parlare, lo smettere di parlare o di gridare, di cantare, di suonare e sim.. Tacere, anche come avvertimento o comando: Selènzje, ca ‘i crestjéne hanna dòrme = Fate silenzio ché le persone (i nostri vicini) devono dormire!

3 – Nelle caserme, nei collegi e sim., ordine che obbliga al riposo e proibisce qualsiasi rumore e anche il periodo in cui vige tale obbligo: Ho sunéte ‘u selènzje = Ha suonato il silenzio!

Ritengo che nel dialetto il termine selènzje sia entrato proprio dai soldati che, cessata la ferma di leva, tornavano a casa con qualche parola di lingua italiana imparata dai commilitoni. Infatti era più usato statte cìtte = sta zitto.

Ricordo che le sere d’estate, davanti all’uscio di casa, accoccolati su una stuoia stesa sul marciapiedi, si svolgeva il gioco del silenzio. Uno dei partecipanti recitava la poesia:

Selènzje selènzje, selènzje,
ca addröte ‘a porte da Laurènzje
sté ‘nu strónzele sìcche!
Chi pàrle apprüme ce l’allìcche!!!
(Ssssst!)

Traduzione: Silenzio, silenzio, silenzio/dietro la porta di Lorenzo/c’è uno stronzo secco/chi parla per prima se lo lecca.
Anche se la presenza dello stronzo dietro la porta di Lorenzo era del tutto immaginaria, il silenzio scendeva improvvisamente sul gruppo, salvo a sparire in una esplosione di voci appena qlcu si lasciava sfuggire un minimo flebile tratto di voce.

Mia nonna, analfabeta, per farci stare zitti diceva spesso: solènzje!.

Usava questa curiosa versione perché era di Macchia, o perché voleva fare un tentativo di imitazione della lingua italiana? Non lo saprò mai.

Strónzele

Strónzele s.m. = Stronzo

Escremento solido di forma cilindrica.

Figuratamente (volg.): persona stupida o spregevole, spec. come insulto.

Ué strónze, avvecìnete se sì capéce! = Ehi stupido, avvicinati se hai fegato.

Scherzosamente : Nen facènne ‘u strónze! = Non fare il cretino (non sgarrare)

In questi ultimi tempi, tempi di magra e di stitichezza, la parola si è ridotta a ‘u strónze, perdendo un pezzo per via…. Va bene anche così.

Ovviamente ha anche – per par condicio – la versione al femminile, pronunciato con la ò larga ‘a strònze, ed è generalmente usato dai mariti separati quando si riferiscono alle rispettive ex mogli, giusto per dire una carineria.
‘A strònze ho caccéte all’avvuchéte ca tenöve e ho mìsse a n’ate = Costei ha cambiato avvocato.

Come accrescitivo e diminutivo è corretto dire rispettivamente strunzelöne (insulto) e strunzelìcchje (fisicamente ridotto) e non strunzöne e strunzìcchje.

Dopo questa delizia mi viene a mente un proverbio napoletano: ‘O strunzo, pure si ‘o ‘mbriache ‘e rumme, nun pò deventà mai babbà. = Per quanto tu possa inzupparlo di rum, lo stronzo non diventerà mai un babà (dolce napoletano al rum).
Ossia se uno è carogna, resta sempre carogna anche se lo addolcisci in mille modi. Il Capo Uffcio è l’esempio tipico delo stronzo, che è stronzo sempre e con tutti, tranne che con i suoi lecchini, che non avvertono il fetore perché essi stessi sono stronzi, fatti della medesima sostanza. Meno male che ora il mobbing può essere perseguito per legge!

Non posso fare a meno di citare anche una famosa poesia napoletana, recitata dall’impareggiabile Aldo Giuffrè. Se non vi reca disturbo cliccate (visto l’argomento, e chiedo scusa, mi veniva da scrivere “cacate” qui!) (strunzo). Vi consiglio di aggiungere il link tra i “preferiti” di ascoltarla ad occhi chiusi, pensando intensamente alla persona cui volete dedicarla. È un vero rito liberatorio contro lo stress…

Scusate se mi sono dilungato troppo su questo fetido argomento….

Tutti sono capaci di scrivere, ad esempio:

Strónze = stronzo
Peddìtre = puledro
Cucchjére = cucchiaio.

Senza esempi e senza commenti.

Ma il nostro è un vocabolario speciale. Allora, se vantiamo lettori costanti in tutto il mondo, ci sarà pure un perché!