U tréve lùnghe

U tréve lùnghe s.m. = La trave lunga

Alcuni dicono U’ tröne lunghe= il treno lungo. Gioco fanciullesco.

“Era il salto della cavallina ma fatto da un nutrito gruppo di amici: il primo si piegava a novanta gradi, con le mani poco sopra le ginocchia, ed il secondo lo saltava ma, distaccatosi di alcuni passi, si piegava a sua volta; Il terzo saltava i due chini e, anche lui si distanziava e si piegava, e cosi via, finché il primo che si era piegato restava l’ultimo e allora saltava tutti quelli che lo avevano saltato prima.

Il percorso si definiva prima di iniziare. Noi andavamo, per corso Roma, dal campo sportivo a ‘U Larje ‘a Chjisa Granne = il largo della Chiesa grande, ossia Piazza Duomo, laddove, grazie al largo spazio, si giocava diversamente”. (Lino Brunetti)

Cusetöre

Cusetöre s.m. = Sarto da uomo

È un sinonimo di sàrte, nella versione un po’ antica, dal significato ovvio: cucitore, ossia chi per professione esegue lavori di cucito.

Generalmente, ‘u cusetöre designa il titolare della sartoria, il mastro; tuttavia può anche comprendere il lavorante, l’apprendista.

Ora non si usa più, né il termine, né il mestiere del sarto artigiano.

Mattöje che arte fé? Fé ‘u cusetöre = Matteo che mestiere esercita? Fa il sarto.

Jì a cusì

Jì a cusì loc.id. = Andare a bottega dal sarto.

Equivalente è anche la locuzione jì alla sarte, o jì au sàrte.

Imparare il mestiere di sarto presso il maestro artigiano.

Si cominciava dall’età di 11 anni, dopo aver frequentato le scuole elementari (non esisteva l’obbligo di frequentare le scuole medie).

Per fregiarsi del titolo di “mastro” bisognava fare un lungo tirocinio. Spesso gli allievi, in età ormai adulta, aprivano una sartoria in proprio.

Ovviamente tutto questo mondo era volto anche al femminile. Le ragazze quando arrivava l’ora di metter su casa, già sapevano tutte usare l’ago e il filo per uso domestico o per confezionare gonne e altri indumenti per conto terzi.

Ormai l’artigianato è quasi cessato, le sartorie ancora in esercizio a Manfredonia sono rare.

Alcune figliole, dotate di senso estetico, si dedicavano al ricamo: jì a recamé.

C’erano delle ricamatrici molto rinomate a Manfredonia. Anche le suore dell’Orfanotrofio Stella Maris erano bravissime a insegnare alle giovinette quest’arte antica.

Cusì

Cusì v.t. = Cucire

Unire, per mezzo di ago e filo o strumenti analoghi, pezzi di stoffa, cuoio ecc.

Mà, c’jì scusüte ‘a fòdere d’a giacchètte. La vù cusì pe stasöre? = Mamma, si è scucita la fodera della giacca. La vuoi cucire per questa sera?

Appezzeché ‘u colle, ‘i màneche = Cucire (attaccare) il collo, le maniche (a una giacca in lavorazione)

Chi cüse e scüse nen pèrde mé tjimbe

Chi cuce e scuce non perde mai tempo.

Si enuncia questo proverbio quando qlcu si spazientisce, durante l’esecuzione di un lavoro, perché si accorge di aver sbagliato e deve ricominciare daccapo.

Come per dire: non imprecare, perché sbagliando s’impara. Questo disguido ti serve per arricchire la tua esperienza. Perciò non considerarlo solo una perdita di tempo.

Saggezza popolare condensata in una piccola frase.