Nasche

Nasche s.f. = Fiuto, odorato

Anche metaforicamente nel senso di intuizione, sentore.

Il modo di dire fàrece ‘a nasche significa abituarsi (all’odore o) a qlcs, anche figuratamente, come per dire ‘farci il callo’.

‘I scupastréte, a sté sèmbe p’a mennèzze ce fànne ‘a nasche = Gli operatori ecologici, a furia di trattare l’immondizia, non ne sentono i miasmi.

Palamére

Palamére s.m. = Bracciolo

Da non confondere con il bracciolo della poltrona….

Si tratta di uno degli innumerevoli fili con amo che pendono dalla cima orizzontale del palàmito (detto in dialetto palanghére) impiegato come sistema di pesca.

Fröce

Fröce s.f. = Narice, frogia

Orificio nasale, apertura nasale.

Usato generalmente al plurale.

Tenöve ‘i fröce chjöne de sànghe per ‘nu škàfföne ca l’avöve menéte ‘u pétre = Aveva le narici insanguinate per uno schiaffone che gli aveva mollato suo padre (non chiamate il ‘Telefono azzurro’ perché si tratta solo di un esempio sull’uso di fröce…).

M’anne attappéte ‘na fröce perché assöve ‘u sànghe = Mi hanno tamponato una narice perché avevo avuto un’epistassi.

Fröse

Fröse s.f. = Filo per reti da pesca, fresa

1) Fröse (mar.) = Filo di cotone ritorto usato per rammendare le reti da pesca. Se ritorto ulteriormente, in modo da dargli lo spessore di uno spago, viene usato per legare assieme due cime (i marinai non usano mai la parola ‘corda’). Il nome fröse non cambia.
Diventa sagulüne (sagolina) se il filo s’inspessisce ulteriormente.

Ringrazio il Prof. Matteo Castriotta per il suggerimento.

2) Fröse (tecn.) = Fresa. Utensile per la lavorazione di metalli, legnami, ecc., provvisto di due o più taglienti, che, applicato a un trapano, a un tornio o a una fresatrice, allarga fori, produce profili sagomati, scanalature, ecc.

Petècchje

Petècchje s.f. = Concia

Ho messo ‘concia’ come traduzione. Avrei fatto meglio (forse) a chiamarla ‘corteccia di pino’
.
Si tratta di un’operazione che i pescatori facevano alle loro reti, prima che fossero inventate le fibre artificiali (rayon, nylon) resistenti, immarcescibili (Madò, che paröle!). Ora non si fa più.

Il trattamento serviva per renderle più resistenti e più scure in modo che fossero mimetizzate alla vista dei pesci. Consisteva nella bollitura delle reti in acqua dolce con corteccia di pino. L’operazione si svolgeva generalmente in un locale posto sulla sinistra di Cala Diomede scendendo le scale del Pertüse ‘u Mòneche. La fibra delle reti era canapa o cotone filati, cioè materiali del tutto naturali.

Durante la bollitura si sprigionava un profumo che si spandeva per tutta la marina. Ai terricoli sembrava puzza…ma alla gente di mare era familiare e gradito, come il profumo naturale dell’olio fresco o del mosto.

Figuratevi che un mio caro amico, figlio di pescatori, usava solo un particolare tipo di tè perché gli ricordava l’aroma della petècchje!

Ringrazio Gino Talamo per il suggerimento.