Trengéte

Trengéte s.m. = Trinciato

In italiano la voce verbale ‘trinciato’ significa: tagliato, tagliuzzato, sminuzzato.

In dialetto designava un prodotto semilavorato costituito da foglie di tabacco ridotte in striscioline corte e sottili. Era di infima qualità, puzzolente, quasi come quello contenute nelle sigarette “Gauloises” francesi, autentici ‘candelotti di dinamite’.

Esistevano tre versioni: ‘u trengéte fòrte = il trinciato forte, ‘u trengéte Nazziunéle = il trinciato Nazionale, e ‘u trengéte dòlce = il trinciato dolce, una più schifosa dell’altra.

Il ‘trinciato’ veniva posto in vendita in pacchettini (credo da 20 grammi) di carta grossa color beige, con tanto di sigillo ‘Monopoli di Stato’.

Di solito i fumatori per non sgualcire il pacchetto nella tasca, trasferivano in un astuccio metallico tutto il suo contenuto. L’interno del coperchio era dotato di una linguetta per serrare il ‘libretto’ delle 10 cartine col lembo gommato, necessarie per confezionare a mano gli spinelli.

Quando il fumatore voleva fumare, compiva un autentico rito woodoo: apriva l’astuccio, staccava una cartina e la piegava a canaletta con una mano; con l’altra prendeva un pizzico di trinciato e lo posava sulla cartina; chiudeva l’astuccio e lo infilava in tasca; con le due mani arrotolava lo spinello, lo umettava con la saliva in modo che il lembo gommato si incollasse all’altro lembo; si poneva la ‘sigaretta’ tra le labbra; accendeva un fiammifero da cucina – i famigerati puzzolenti zolfanelli – e le dava fuoco, sprigionando una puzza acre e insopportabile, una miasma che dava di zolfo e fuliggine riarsa. Puah!

Forse avete capito che non sopporto il fumo del tabacco….

Quando nelle tasche di questi fumatori girava qualche lira in più si concedevano le sigarette: ovviamente compravano le ‘Alfa’, che costavano 6 lire l’una (mentre quelle pregiate, ad es. le ‘Edelweiss’ o le ‘Macedonia Oro’ costavano 14 lire ciascuna).

Presumo che non si usino più né il trinciato, né le cartine, né gli zolfanelli.

Quanne ‘u mére ce lagne, a tèrre ce abbagne

Quando il mare si lagna, la terra si bagna.

Proverbio marinaresco, come gli altri sempre molto attento al tempo meteorologico.

Vuole evidenziare che se il tempo volge allo scirocco, vento umido meridionale, certamente apporta in mare sibili a guisa di lamenti, e pioggia e umidità sulla terraferma.

Sendenzjé

Sendenzjé v.t. = Maledire

Si può usare anche la locuzione Mené ‘a sendènzje = Lanciare una maledizione, invocare la cattiva sorte sulla testa di un avversario.

Si sendènzje non a caso. Ovviamente la maledizione è mirata contro qlcu che si è comportato molto male verso colui che, per reazione, lancia la sendènze.

Praticamente gli augura tante ‘belle cose’: rovina, disdetta, calamità, disgrazia, iattura, abominazione, ecc. ecc. Magari specificamente si predice il genere di guai che, di volta in volta, si sceglie per la rovina del contendente…

L’ho menéte ‘e sendènzje ca ce uà da vènne ‘a chése = Gli ha lanciato una maledizione (a causa della quale) deve vendersi la casa (per tamponare le conseguenze dei numerosi guai che gli capitaranno inevitabilmente a breve).

Fé ‘a carrjire Sammartüne

Fé ‘a carrjire Sammartüne loc.id. = Regredire

Alla lettera significa: fare la carriera di San Martino.

A me non sembra che si tratti del famoso Santo di Tours che divise il suo mantello con la spada per darne metà ad un povero. Di lui si ha una memoria storica molto piacevole. Addirittura ‘Sande Martüne’ è un’interiezione beneaugurante!

Presuno che si parli di un Napoletano (Sammartino in Campania è un cognome molto diffuso come Cammarota, Gambardella, Esposito, Cimino, Schiattarella, ecc.) il quale evidentemente era partito con grandi progetti e si è trovato alla fine in ristrettezze economiche: una carriera a rovescio.

Quindi: fare la carriera del sig.Sammartino, significa: regredire invece di avanzare (negli studi, nel lavoro, ecc.)

Giuànne ho fàtte ‘a carrjire Sammartüne…Jì assüte p’u pàlje e c’jì arretréte p’u tammórre…= Giovanni ha fatto la fine di Sammartino. È partito con entusiasmo ed è rientrato con mestizia.

Assì füne

Assì füne loc.id. = Mostrare talento.

Si riferisce a qlcu ritenuto un po’ imbranato e che sorprendentemente si rivela abile, capace, attento, furbetto, come se avesse frequentato un ‘corso’ di scaltrezza, dal quale è ‘uscito’ ben addestrato.

Uéh, jì assüte füne ‘u uagnöne! = Toh, ha talento il ragazzo (chi l’avrebbe mai detto?)!