Zeremìnghe

Zeremìnghe s.m. = Chiavistello

È accettata anche la forma zeremìcchje.

Si tratta di un’asta metallica scorrevole, fissata verticalmente dietro l’anta di una porta, in modo che possa essere manovrata dall’interno.

In alto il chiavistello termina con un gancio piegato di 90° rispetto all’asse scorrevole.

Detto gancio, manovrato dal basso, si solleva e ruotando sul suo asse si inserisce in un occhiello piantato al soffitto in modo da tenere l’infisso nella posizione voluta (tutto aperto o tutto chiuso).

Mezza-parendöle

Mezza-parendöle s.f. = Lontana parentela

In dialetto, alla lettera, significa “mezza parentela”…l’altra metà si è perduta per la scarsa frequentazione di persone apparententi alla stessa famiglia.

Possono essere mezzi parenti i prozii diretti (fratelli del nonno) o acquisiti (il/la loro consorte, ossia i cognati del nonno). Ancora più lontani i procugini (i genitori sono cugini).

‘U sé ca pe Frangìsche tenüme ‘na mezza-parendöle? = Lo sai che con Francesco abbiamo una lontana parentela?

Qualcun altro direbbe: Pe Frangìsche süme strazza-parjinde = Con Francesco siamo parenti alla lontana.

Mutarjille

Mutarjille s.m. = Imbutino

Imbuto di piccole dimensioni per travasare profumi o altri liquidi in boccettine dall’imboccatura stretta.

Da giovanotti, diciamo a metà deglianni ’50, prima dell’invenzione della lacca o del gel, usavamo ungere la capigliatura con brillantina. La Palmolive e la Linetti producevano due tipi di brillantina: quella liquida oleosa, e quella solida dalla consistenza della gelatina appiccicosa che teneva in ordine la pettinatura anche nelle giornate ventose.

Per risparmiare qualche soldino, usavamo la bottiglietta ormai svuotata della Palmolive per comprare la brillantina venduta sfusa dall’anziano droghiere Vincenzino (Vecenzüne) aiutato da suo figlio, il giovine Viscardo, (il cui negozio, passato alla terza generazione, è tuttora esistente di fronte al Castello).

Allora il pazientissimo Viscardo usava ‘u mutarjille, l’imbuto con un sottilissimo cannello che si inseriva agevolmente nel foro stretto della nostra bottiglietta: con 50 lire ci riempiva la boccetta che con il prodotto di marca costava ben 120 lire!

Ricordo ancora il profumo della Palmolive: era il profumo…della nostra giovinezza!

Scundé a macenatüre

Scundé a macenatüre loc.id. = Defalcare

Il significato letterale è: defalcare, ridurre un debito mediante prestazioni di servizi.

Il mugnaio dice al proprietario terriero che gli porta il frumento alla molitura: lascia un quintale di grano per me e io defalco il suo costo dal costo della macinatura.

Poi, per estensione, si è usata la locuzione anche in altri campi e in altre circostanze.

Ossia ripagare un bene mediante la cessione di un altro bene o la prestazione di servizi.

Ad esempio, mediante: la potatura di un uliveto, la zappatura di un orto, il trasporto di un carico di grano dalla campagna al paese. Insomma il contrario di quello che accade ora: prima il servizio e poi il pagamento del corrispettivo.

Invece per i bisogni della famiglia in epoca di vera crisi, si chiedeva al ‘padrone’ un bidone di olio, o un sacco di frumento, o un’anticipo in denaro, da defalcare successivamente con il controvalore di futura prestazione di servizi.

Ma la prestazione richiesta, e purtroppo accettata a causa della miseria, era di carattere sessuale. Una vera vessazione sulla miseria altrui.

È una storia odiosa, fortunatamente non più attuata ai nostri giorni (spero!).

Macenatüre

Macenatüre s.f. = Molitura

Insieme delle operazioni della macinazione, specialmente riferito alla molitura del frumento.

Fa venire a mente la famigerata tassa sul macinato, imposta sulla macinazione del grano e dei cereali in genere, ideata, tra gli altri, da Quintino Sella nel 1868, al fine di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche.

Essa causò moti di piazza sfociati anche nel sangue. Fu finalmente abolita nel 1880.