Vetrüne

Vetrüne s.f. = Porta a vetri

Da non confondere con la vetrina dei negozi, chiamata oggi allo stesso modo.

Principalmente indica l’infisso, di legno o di alluminio, che chiude l’uscio delle abitazioni a piano terra (‘u sutténe).

Il ‘sottano’ oltre alla porta a vetri aveva anche la porta di legno a due battenti che di notte rappresentava la seconda e più robusta barriera, chiusa dall’interno con il varröne

Rumanì jómme

Rumanì jómme loc. id. = Rimanere a bocca asciutta

Alla lettera significa restare all’olmo. Che c’entra l’olmo?

Nel gioco della passatella, in dialetto chiamato “patrüne e sòtte” = padrone e dipendente (sottostante), alcuni giocatori bevevano il vino, ma uno solo, per scelta dispettosa del capriccioso “padrone” dopo il suggerimento del “sotto”, doveva rimanere a bocca asciutta.

L’olmo nelle antiche colture vitivinicole, era quella pianta destinata a sostenere i tralci della vite. Poiché l’olmo non produce il vino, il malcapitato giocatore preso di mira non poteva bere il succo della vite, ma il ‘niente’ prodotto dall’olmo.

Questo gioco talvolta finiva a risse e talaltra a coltellate!

Sparàgne e accumbarìsce

È ammessa anche la pronuncia sparàgne e cumbarìsce = Risparmi e fai bella figura.

È un consiglio a chi non sa decidersi sul tipo del regalo da fare per disobbligarsi da un favore ricevuto.

Dopo aver osservato un ventaglio di possibilità, si scova l’oggetto che ha un buon rapporto qualità/aspetto/prezzo.

Succede pure che non si abbia la possibilità di presenziare a un evento importante, come ad esempio una festa di nozze, perché ciò comporterebbe un forte esborso sia per i vestiti della propria famiglia, sia per il regalo da fare agli sposi.

In tempi di ristrettezze economiche spesso si risolve la questione inviando agli interessati un telegramma di felicitazioni: sparagne e cumbarisce che si rifà al proverbio in lingua: salvare capra e cavoli, ossia il salvare la faccia e proprio portafogli.

Lìbbere

Lìbbere s.f. = Libera me Domine (preghiera)

Come per djasìlle, il sacerdote, su richiesta dei familiari del defunto, salmodiava davanti ad ogni loculo questa notissima preghiera cristiana, a suffragio della buon’anima.

Ricordo don Furio, accompagnato da un chierichetto che gli reggeva il secchiello e l’aspersorio per la benedizione con l’acqua santa e il suo canto accorato e lamentoso:

« Libera me, Domine,
de morte æterna,
in die illa
tremenda,
quando cœli
movendi sunt et terra.

Dum veneris
iudicare
sæculum per ignem.
Tremens factus
sum ego et timeo,
dum discussio venerit
atque ventura ira.

Dies iræ, dies illa,
calamitatis et miseriæ,
dies magna et amara valde.
Requiem æternam
dona eis, Domine:
et lux perpetua
luceat eis. »

« Liberami, o Signore, dalla morte eterna, in quel giorno tremendo quando la terra e il cielo si muoveranno, quando tu verrai a giudicare il mondo con il fuoco. Sono tremante pieno di timore, in considerazione del giudizio che verrà. Quel giorno è un giorno di ira, di calamità e miseria, un giorno molto triste. Dona loro l’eterno riposo, Signore: li illumini la luce perpetua».

L’offerta ‘libera’ per la Libera (scusate il calembour) al sacerdote non superava le 30 lire per ogni defunto cui si dedicava la sequenza.

Alla parte finale, al requiem æternam dona (eis)… don Furio interrompeva il canto e sottovoce si rivolgeva al committente e chiedeva: “come si chiamava?” Una volta ottenuta la risposta riprendeva il canto declamando il nome del defunto in latino, al posto di eis (a loro).

Forse la sua miopia – che lo portò in seguito alla cecità assoluta – gli impediva già da allora di leggere il nome riportato sulla lapide.

Don Furio, quando divenne completamente cieco, celebrava ugualmente la Messa al cimitero: incredibilmente e completamente a memoria!! Lo posso testimoniare perché mi ha letteralmente strabiliato.

(I versi in latino e la loro traduzione sono stati trascritti da Wikipedia)

Djasìlle

Djasìlle s.f.= Dies irae

La solita storpiatura del latino da parte di orecchie non avvezze.

Si tratta di una famosissima sequenza latina. Veniva declamata in chiesa durante le orazioni funebri.

Specialmente nel periodo di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti, un sacerdote con la cotta bianca, con la stola viola e un libro nero in mano, accompagnato dal chierichetto che gli reggeva il secchiello dell’Acqua Santa e l’aspersorio, girava nel cimitero, pregando e salmodiando davanti ai loculi questo canto pietoso, in una straziante tonalità minore.

Lo chiamavano i familiari di qualche morto fresco e lo invitavano a recitare qualche orazione vicino alla tomba del congiunto.

Il prete cantava ovviamente in latino, perché mi riferisco all’epoca pre-conciliare, e la lingua locale non era ancora entrata nella liturgia.

Il primo verso Dies irae, dies illa era difficile da ricordare, ma non il dies-illa che invece è rimasto nella memoria, da cui viene la richiesta di cantare la djasille.

La djasìlle è anche sinonimo di tiritera, discorso lungo e noioso in cui si ripetono sempre le stesse cose.
Mò l’uà fenèsce per ‘sta djasìlle? = Ora la finisce con questa tiritera?

Ah Madònne, mò accumènze arröte pe ‘sta diasjlle! = O Madonna, ora ricomincia daccapo con questo discorso assillante e insopportabile.

Siccome mi piace andare in fondo alle questioni, ho trovato in rete il testo del “Dies irae”. Sono parole solenni che nel corso dei secoli sono state messe anche in musica da grandi artisti come Verdi, Pizzetti, Dvorak, Berlioz, Cherubini, Mozart, ecc.

Ecco il testo biblico: Libro di Sofonia 1,15-16
Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos.

Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e sulle torri d’angolo.

È diventato sinonimo di latùne, lagna tediosa, lunga, deprimente.