Parì

Parì v.t. = Sembrare, apparire

1) Apparire, sembrare, mostrarsi in un certo modo, dare l’impressione
Cüme pére belle! = Come sembri bello!
Chi bèlle völe parì, l’ùsse d’u cüle l’uà dulì = Per il successo occorre fatica.

2) Parere, sembrare meglio, sembrare più opportuno.
Cüme me pére e piéce = Come mi sembra più opportuno e come piace a me!
Acchessì pére = Così sembra.

Scurdé

Scurdé v.i. = Dimenticare, scordare

1) Scurdé = Dimenticare. Non ricordare più qlcu. o qlco.

2) Scurdé = Far perdere l’accordatura ad uno strumento musicale.

Accüme me pajàbbe, acchessì te pettàbbe.

Alla lettera significa: come mi pagasti, così ti dipinsi.

Con la cifra che hai stanziato non potevi pretendere una prestazione d’opera e l’impiego di materiali di prima scelta per la dipintura della casa. Si può intendere anche la realizzazione di un quadro o di un ritratto a pennello.

Volutamente si usa la declinazione dei verbi alla maniera di un dialetto del sub-appennino dauno (Faeto, Carlantino o giù di lì) per mostrare la schiettezza del detto, e un po’ per prendere in giro il committente spilorcio.

Infatti in manfredoniano si dovrebbere dire pajàste e pettàtte. o, meglio, al passato prossimo: cüme m’ha pajéte, acchess’ t’agghje appettéte. = come mi hai pagato, così ti ho dipinto.

Simile ad un altro proverbio dello stesso tenore: Accüme me sùne, acchessì te cande = come mi suoni, così ti canto..

Accüme me sùne, acchessì te cànde.

Alla lettera significa: come mi suoni, così ti canto.

Simpaticissimo proverbio dal significato molto chiaro: Come tu tratti me, così io tratto te.

Mi usi gentilezza? Gentilezza avrai.

Ti comporti da mascalzone? Ti rendo – con il noto proverbio italiano – pan per focaccia.

Intendi spendere poco? Ti darò un prodotto scadente. Con la cifra che intendi spendere non puoi pretendere un oggetto o una prestazione d’opera di valore. Ecc.

Simile all’0altro proverbio: accüme me pajàbbe, acchessì te pettàbbe.

Teh, fatije, teh!

Tèh, fatije, tèh! int. = Tiè, lavoro, tiè.

Viene pronunciata in modo un po’ innaturale, con la ‘i’ molto lunga come se si riportasse un dialetto diverso, invece del consueto fatüje.

Già l’esclamazione romanesca (passata poi all’italiano) tiè (tie’ = tieni, acchiappa, prendi) vuole esprimere maligna soddisfazione per qcs. di spiacevole capitato ad altri.

In questo caso è il lavoro che è stato schivato: A noi ce piace de magnà e béve e nun ce piace de lavorà: pòrtece n’antro litro che noi se lo bevemo…

Insomma un mazzangànne si è sottratto a un’incombenza gravosa, e lo dice rallegrandosi e facendo quel gestaccio dell’avambraccio frenato, come per dire: uhé, fatüje, t’agghje frechéte a tè = ehi, lavoro, ti ho fottuto!

Lo sciagurato non sa che il danno è solo suo. Rimarrà disoccupato in eterno, fintantoché saranno vivi i suoi genitori.