Frònne

Frònne s.f. = Foglia

La foglia è ciascuno degli organi, con superficie gener. appiattita e sottile di colore verde, uniti da un picciolo al fusto o ai rami di una pianta.

Mariè, dàmme ‘na fronne de petrusüne ca jà fé ‘u mbianghe = Marietta, dammi una foglia di prezzemolo ché devo preparare il bollito di pesce.

Nen me tröve manghe ‘na frònne d’accetjille = Non mi trovo nemmeno una foglia di sedano.

Accàtte ‘nu mazzetjille de frònne de laure = Compri un mazzetto di foglie di alloro.

Queste e altre piante aromatiche sono frònne o frunnecèlle = foglioline

Nota bene: il termine fògghje, che significa ugualmente foglia, si riferisce specificamente alle erbe commestibili spontanee (‘a rüche, ‘i jöte, ‘i cecòrje cambagne, ‘u fenucchjille, ‘i ciümamarèlle = rucola, bietoline, cicorielle, finocchiello, cime amarognole, ecc.).

Jògge mètte a fé döje fogghje meškéte = Oggi metto a cuocere delle verdurine campestri.

Precjöse

Precjöse s.f. = Solco di sicurezza

È una misura cautelativa che si traccia con l’aratro multivomere, della larghezza di più metri, intorno ad un appezzamento di terreno, prima di incendiarvi le stoppie, allo scopo di evitare che il fuoco si propaghi fuori dell’area delimitata anche in caso di vento forte.

Infatti l’aratro rivolta il terreno e quando arriva il fuoco non può andare oltre perché la paglia è posta sotto terra, e la terra arata fa da scudo perché è ignifuga (ininfiammabile).

Pàrle accüme t’ho fàtte màmete

Pàrle accüme t’ho fàtte màmete loc.id. = Parla la tua lingua madre, esprimiti con un linguaggio semplice.

È un invito a parlare semplice, senza ricercare parole ad effetto non da tutti comprensibili.

In italiano, per esempio, c’è un aggettivo di moda che è diventato un tormentone: esaustivo. Lo dicono spesso i giornalisti per mostrare la ricchezza del loro lessico. Ma non è più semplice dire ‘esauriente’ o ‘completo’?

E quell’orribile verbo ‘obliterare’? Non è meglio dire vidimare, timbrare, marcare? Vabbè, sono mode e passeranno prima o poi.

Nel caso di questo nostro sito, pàrle accüme t’ho fàtte màmete è un invito a parlare manfredoniano!

Non tradite la lingua madre, abbandonandola per vergogna o per timore di essere giudicati ignoranti.
Con questo mio modesto ma impegnativo lavoro sto sostenendo tutti i Manfredoniani, aiutandoli a conoscere la nostra parlata più intimamente e forse con un pizzico d’amore in più.

Màmete

Màmete s.f. = Tua madre

Come in tutto il sud Italia il possessivo dei nomi riguardanti i familiari si lega al sostantivo (màmete, sòrete, fràtete, nònneme, nònnete, cainàteme, ecc.)

I Napoletani dicono màmmeme (=mia madre); da noi basta màmme = MIA madre.
I Calabresi màmmese = sua madre. È troppo.

So’ assüte ‘i Sànde tarléte

So’ assüte ‘i Sànde tarléte loc.id. = Toh, chi si rivede!

Letteralmente significa: ‘Sono usciti i Santi tarlati’.

Va bene anche: Mò jèssene ‘i Sànde tarléte = Adesso escono i Santi tarlati.

In italiano potrebbe usarsi il detto: ‘L’orso è uscito dalla tana’, o ‘il lupo è uscito dal bosco’.

Ossia constatare l’apparizione in pubblico di persone che se ne stanno sempre rintanate in casa.

Li smuove solo un evento eccezionale.
È attuale l’esempio del Carnevale, che ha richiamato finalmente anche costoro.

Presumo che il detto abbia avuto origine dalla sorpresa suscitata nei fedeli, dalla comparsa, nella Processione religiosa, di simulacri di legno di quei Santi tenuti per troppo tempo nel deposito (e perciò soggetti all’attacco dei tarli).

Teh, so’ assüte püre ‘i Sande tarléte! = Guarda, sono usciti (in Processione) anche le statue dei Santi non restaurate e assenti da anni!