Trattüre

Trattüre s.m. = Tratturo

Sentiero erboso destinato spec. al passaggio delle greggi durante le migrazioni stagionali.

Il termine locale (appulo-abruzzese) è passato alla lingua italiana dopo che D’Annunzio lo citò nella famosa poesia “I Pastori“.

Ho visto in provincia di Chieti, proveniente dalla zona dell’Aquila, un tratturo diretto alla Puglia piana, opportunamente evidenziato da segnaletica ad uso dei turisti, usato anche dagli escursionisti per percorsi a piedi di trekking.

Quello che dalle pendici del Gargano portava a Manfredonia è il famoso trattüre de Pulezéne, praticamente dal vallone di Pulsano scendeva attraversso l’attuale Via Pulsano e proseguiva fino alla Rotonda e all’Acqua di Cristo, dove le pecore venivano lavate per acrescere la qualità della lana prima della tosatura. In merceologia dicesi “lana saltata” e “lana lavata”.

Quando ero bambino, diciamo fino al 1950, questa zona era tutta invasa da piante di fichidindia e il tratturo era tangibile. Ora è una via come le altre.

Bruzzöne

Bruzzöne s.m. = Giaccone pesante e privo di qualsiasi ricercatezza.

In effetti si tratta di un giaccone, senza maniche, ricavato dal vello degli ovini cucito grossolanamente.

Usato dai pastori che menano al pascolo le loro greggi. Utilissimo a questa gente che doveva restare tutto il giorno al’aperto, sotto i rigori del freddo invernale.

Era confezionato con la pelle all’interno e la lana all’esterno.

Siccome i pastori nella Puglia piana, per l’antichissima consuetudine della transumanza – ossia lo svernamento delle pecore, condotte attraverso i tratturi, dalle zone montuose innevate al Tavoliere delle Puglie – erano abruzzesi, presumo che l’indumento fosse tipico di quella gente. Ecco perché si chiama bruzzöne, come per dire di foggia abruzzese.

Più tardi, e questo lo ricordo bene, è passato a designare qls indumento pesantissimo che tenesse caldo.

Te sì mìsse ‘nu sorte de bruzzöne! = Ti sei messo (addosso) cotal tabarro!

De jùrne aggióste ‘u supréne e de nòtte affìtte ‘u sutténe

Di giorno restaura la casa posta al piano superiore e di notte loca quella di sotto.

Può sembrare che la ragazza sia molto attenta a sbrigare le faccende di casa sua, evidentemente posta su due livelli.

Proverbio che si cita per additare una puttana senza scandalizzare troppo le orecchie sensibili delle comari.

Chi jì quèdde? Jüne ca fé ‘ bèlla giovene, ca de jùrne aggióste ‘u supréne e de nòtte affìtte ‘u sutténe.

Aggiustare la parte superiore significa tentare di salvare la faccia, le apparenze.
Affittare la parte inferiore significa, alla lettera: Concedere qlco. in uso a qlcu., dietro pagamento.

Se qualche lettore, chiedendo alle persone anziane, sa darmi una spiegazione più plausibile sarò lieto di pubblicarla citandone il nome.

Parì mill’ànne

Parì mill’ànne loc.id. = Non vedere l’ora

La locuzione esprime l’impazienza con cui si vuole ottenere qlcs, mostra il desiderio, la smania, la brama di vedere una persona amata, o di gustare l’arrivo di una stagione e dei suoi frutti, o di la cessazione di un periodo negativo

È un grido di speranza che forse accorcia un po’ i tempi di attesa.

Angöre tre müse: me père mill’anne ca Mattöje fenesce ‘u suldéte! = Ancora tre mesi (di attesa):non vedo l’ora che Matteo termini il servizio militare!

L’italiano ‘sembrare un secolo’ non rende l’idea…’Mill’ànne‘ è più facile da pronunciare e sicuramente più colorito.

Staggiöne

Staggiöne s.m. e s.f. = Stagione

1) Staggiöne s.m. = Tempo della mietitura.

Proprio se si vuole specificare, parlando ai non addetti ai lavori agricoli, si dice ‘u staggiöne de l’arje, al maschile;

2) Staggiöne s.f. = Stagione estiva. La bella stagione.

I ragazzi moderni dicono con un termine italianeggiante “l’estéte”…puah!
Ma jì tànda bèlle a düce ‘a staggiöne!

‘Sta staggiöne me ne véche a Sammarchìcchje, au frìške! = Quest’estate me ne andrò a Borgo Celano, al fresco!

Me pére mill’anne ca vöne ‘a staggiöne = Non vedo l’ora che venga l’estate