Papèlle

Papèlle s.f. = Ciglio

Ciascuno dei peli ricurvi disposti sul bordo della palpebra a protezione dell’occhio.

Era usato quasi sempre al plurale.

Per non creare equivoci da quale organo spuntassero questi peli, si specificava sempre ‘i papèlle de l’ùcchje = le ciglia degli occhi.

Papèlle forse deriva da palpebra.

Con un termine più moderno si usa chiamarle ‘i cègghje.

Fìgghje

Fìgghje s.inv. = Figlio

Essere umano considerato rispetto a chi l’ha generato.

In dialetto è invariabile al maschile, al femminile, al singolare e al plurale. Tranne nel caso che il sostantivo sia seguito dall’aggettivo possessivo.

‘A fìgghja möje, töje, söje, nòstre, vòstre = la figlia mia, tua, sua, nostra, vostra, il termine declina in ‘a’ (fìgghja).

La locuzione “di chi sei figlio?” si traduce a chi sì figghje?

Cioè invece di “essere figlio di” in dialetto dicesi jèsse figghje a… = essere figlio a”

Figghjé

Figghjé v.t. = Figliare

Questo verbo, specifico di animali, significa: partorire, generare.

‘A cunìgghje ò figghjéte söje cunegghjózze = La coniglia ha figliato sei coniglietti.

Le nostre nonne, come per sgravedé, lo usavano anche per la specie umana.

Alle nostre orecchie pare estremamente riduttivo paragonare la donna a un animale domestico, quantunque il parallelo sia biologicamente e scientificamente corretto.

Sgravedé

Sgravedàrece v.i. = Partorire

Etimologicamente significa togliere un peso. In effetti la puerpera si è tolto un bellisimo peso dal suo corpo dando alla luce una creatura.

Il termine è specifico per gli animali femmina.

Era usato anche nella forma abbreviata sgravàrece.

Riferito alla femmina umana, alla donna, alla mamma, questo verbo è molto riduttivo. La sua funzione di donna, nella specie umana, non è solo biologica, ma molto di più!

Ch’ò fàtte Sepònde, ce jì sgravedéte? = Che ha fatto Sipontina, ha partorito?

Gràvede

Gràvede agg. = Donna che è in stato di gravidanza.

In italiano corrisponde a gravida, aggettivo riferito a femmina dei mammiferi, che è in gravidanza.

Anche la femmina umana è, scientificamente parlando, un mammifero. Le nostre nonne non usavano altra definizione. Retaggio della civiltà contadina.

Insomma la donna in attesa era definita con lo stesso termine usate per le coniglie, le gatte, le scrofe, le giumente, le cagne, e tutti gli altri animali femmine.

Troppo riduttivo, anzi un po’ spregiativo. Le generazioni successive dicevano che la gestante si doveva accatté ‘u uagnöne = comprare il bambino.
Quelle attuali.usano ngìnde, aspette ‘nu uagnöne.

Sepònde sté gràveda gròsse = La signora Siponta è incinta ed è all’ultimo stadio di gravidanza, è ormai prossima al parto.

Noi monellacci di strada, sulle note della marcia di “Garibaldi fu ferito….”, l’inno dei garibaldini, cantavamo una canzonaccia oscena in dialetto che mi astengo di trascrivere per intero. L’amore per il lessico dovrebbe farmi superare ogni titubanza, ma io sono un timidone….

Ecco il riassunto della storiella: una figliola confida alla madre il suo stato di gravidanza. E la madre chiede lumi.
Alla poveretta fanno pronunciare le parole con una accento un po’ diverso, come per mascherare la sua origine manfredoniana.

Scrivo solo la prima parte:

- Màmma mamme me sènde gràvede..
- Figghja fìgghje chi t’à mundate?
- M’à mundate ‘u Guardiane,
sòtt’u pònde de Regnàne…
ecc. ecc.

Mamma, mamma. mi sento incinta.
Figlia, figlia, chi ti ha fecondata?
Mi ha ingravidato il Guardiano
sotto il Ponte di Rignano…

Anche qui si usano i verbi montare, ingravidare. Lo stesso linguaggio usato per le bestie.

Potrei anche trascrivere il seguito, ma non vorrei che i benpensati diano l’ostracismo a questo mio faticoso lavoro a causa di una sciocchezza….

Se qualche “mascalzone” della mia età conosce il resto della canzonaccia, lo faccia lui nella replica a questo articolo!