Spungeché

Spungeché v.t. = Pungere, bucare, incidere

Generalmente il verbo si usa per indicare l’operazione chirurgica fatta in casa per incidere un foruncolo allo scopo di svuotarlo del materiale purulento.

Con le migliorate condizioni igienico-alimentari, la comparsa dei foruncoli è cosa rarissima.

Quando ero bambino io tutti eravamo soggetti a questo doloroso inconveniente. Le nostre mamme usavano l’ago grosso disinfettato alla fiamma per bucare la pelle tesa della tumefazione e favorire la fuoruscita del pus.

Matèrje

Matèrje s.f. = Pus

Credo che sia una contrazione di “materia purulenta”. La capacità di sintesi del nostro dialetto è proverbiale.

Mìtte ‘u spìrete ca se no ce fé ‘a matèrje = Disinfetta con alcool, altrimenti si forma il pus nella ferita.

Quanne ‘u carevógne jì matüre, vol’èsse spungechéte pe fé assì ‘a matèrje = Quando la pustola sarà “matura” dev’essere incisa per far fuoruscire il pus in essa contenuto.

Fé pàste nòbbele

Fé pàste nòbbele loc. id. = Rimpinzarsi, deliziarsi con cibo pregiato.

Etimo chiaro: fare un pasto degno dei nobili.

Quando il cibo era davvero un bisogno primario dell’uomo (ora siamo iper-alimentati e necessitiamo tutti di ferree diete), il misero pasto quotidiano a base di pane e pomodoro, o verdure campestri, cipolle, fave, patate, o legumi e talvolta pesci di sciabica, il piatto più ambito da tutti era “maccarüne p’a carne” = maccheroni con il ragù di carne.

In effetti i salumi, le bistecche, i formaggi, le uova, fonte di proteine nobili, non sempre entravano nella mensa del popolo.

Quando capitava nelle grandi occasioni di sedersi a una mensa ricca di portate speciali, allora veramente si faceva paste nobbele.

La locuzione va bene anche se riferita a qlcu particolarmente ghiotto di un certo tipo di vivanda.

Mò ca vöne Tonüne e tröve féfe e cecòrje uà fé paste nobbele = Quando rincaserà Tonino e troverà per cena fave e cicorie, le apprezzerà sicuramente (perché evidentemente ne è particolarmente ghiotto).

Metaforicamente, se si incontrano due o “forbicioni” e il discorso cade “per caso” su una persona nota, fànne pàste nòbbele (ossia se lo “tagliano a fettine” con le loro lingue taglienti).

Venì ‘a bòtte

Venì ‘a bòtte loc.id. = Spazientirsi. Perdere le staffe.

Impulso irrazionale e aggressivo di reagire a qlc provocazione. Equivale a salire il sangue alla testa.

M’jì venute la botte e l’agghje menéte ‘nu recchjéle = Ho perso le staffe e gli ho assestato uno ceffone.

Equivalente anche la locuzione Venì ‘u quarte = reagire d’impulso, perdere il controllo, non mantenere la padronanza di sé, il dominio dei propri sentimenti.

Abbéde a te, ca se me vöne ‘u quarte nen sacce manghe jü add’jì ca jéme a fenèsce = Attento, ché se mi spazientisco non so come finirà la faccenda (alla lettera: Bada a te, perché se mi sale il sangue alla testa non so nemmeno io dov’è che andiamo a finire).

Škìtte alla mòrte ‘nge sté remèdje

Solo alla morte non c’è rimedio.

Proverbio consolatorio che intende rincuorare qlcu colpito da sventura. Sottinteso: ora vediamo cosa dobbiamo fare per superare questo momentaccio.

Saggezza e solidarietà popolare.