Sangiuannjille

Sangiuannjille s.m. = Sughetto

Il termine è usato anche in Basilicata per designare un sughetto veloce con olio, aglio, peperoncino e pomodori pelati, fatto per condire un’improvvisata spaghettata con gli amici.

Francamente non so la derivazione del nome, che alla lettera significa “San Giovannino”.

Posso azzardare un’ipotesi: in epoca in cui i pomodori si preparavano in casa conservandoli in bottiglia o a pezzetti o sotto forma di passato, era raro che si usassero i pelato in scatola.

Quelli che si trovavano in commercio erano della famosa marca Cirio di San Giovanni a Teduccio (Napoli). Ecco, “San Giovanni” era diventato sinonimo di barattolo di pelati da chilo.
La lattina piccola, ovviamente, doveva essere “San Giovannino”.

Non pretendo di dare una spiegazione ad ogni cosa, per carità, ma mi sembra plausibile questa ricostruzione etimologica.

Recotta-tòste

Recòtta-tòste s.f. = Ricotta salata

Alla lettera significa ricotta dura, indurita per la stagionatura.

Questo latticinio stagionato deriva dalla normale ricotta, cui viene aggiunto sale per la sua conservazione, e la sua successiva asciugatura.

Molto apprezzata sia mangiata tel-quel come companatico, sia grattugiata sui maccheroni conditi al sugo di pomodoro fresco e basilico.

Chése-recòtte

Chése-recòtte s.m. = Cacioricotta

Il Cacioricotta è un formaggio tipico del Sud Italia. Prodotto ibrido della lavorazione del latte.

È usato come pietanza e anche grattugiato sui maccheroni al sugo.

Io preferisco la ricotta dura grattugiata col sugo di pomodori freschi al basilico.

Dàttere

Dàttere s.m. = Dattero marino

È necessario distinguerlo da quello vegetale, frutto zuccherino della palma, che cresce e matura nei paesi caldi.

Il dattero di mare (Lithophaga lithophaga) è un bivalve che vive lungo le coste del Mediterraneo all’interno di gallerie scavate nella roccia calcarea grazie ad una secrezione mucosa erosiva.

La sua crescita è estremamente lenta. Si è stimato che per raggiungere la lunghezza di 5 cm, un dattero impiega da 15 ai 35 anni.

La raccolta dei datteri vivi, ottenuta frantumando la roccia entro cui vive, è proibita tassativamente, a causa dell’enorme danno causato all’habitat marino.

Foto fornita da Gigi Lombardozzi

Lanapènne

Lanapènne s.f. = Nàcchera, Gnàcchera, Cozza-pinna.

Mollusco bivalve (Pinna nobilis) della fam. delle Pinnidae, che vive solo nel Mare Mediterreaneo. Può raggiungere dimensioni ragguardevoli, fino a 100 cm. di lunghezza.

Sulla punta ha un ciuffo di fili morbidi come seta, con cui si attacca al fondo marino. Questi fili, sottili e robusti, costituiscono il materiale con cui si fabbrica il filamento detto bisso marino, utilizzato in passato specialmente in Sardegna per la tessitura di preziosi indumenti dai colori cangianti.

Questo ciuffo, una volta asciugato era molto morbido, come un pennello di lana (forse da qui in nome lanapènne = lana della pinna).

Era ritenuto dalle nostre nonne un potente analgesico contro il mal d’orecchi. Bastava passarlo alcune volte sulla parte dolente, et voilà, il dolore scompariva all’istante. Io sono convinto che funzionava meglio di Efferalgan, perché non aveva alcun effetto indesiderato!

La pesca a strascico e l’inquinamento delle acque hanno praticamente contribuito a mandare in estinzione questa pinnide.

Le carni, specialmente praparate in “ammollicata” erano molto apprezzate dai Manfredoniani. Io ricordo di averne visto qualche esemplare prima degli anni ’60, ma di non averne assaggiato mai.

Qualche marinaio lo chiama anche lanjapènne o lajnapènne.