Stóppele

Stóppele s.m. = Groviglio, straccio

Garbuglio di stracci, o spago, o erbacce, o qls malloppo che forma ostacolo al defluire di liquidi.

Jìnd’u canéle sté ‘nu stóppele ca fé jì l’acque pe söpe = Nella grondaia si è formato un groppo che fa tracimare l’acqua piovana.

Presumo che derivi da “intoppo” o da “stoppa”.

Scherzosamente chiamasi stóppele una voluminosa forchettata di spaghetti.

Aùppete che stóppele = Ahum! Che tampone!

Diminutivo: stuppelìcchje o stuppjille o stuppüne.

Si definisce così, ad esempio, uno straccetto legato in cima ad una stecca e usato per lavare il fondo di una damigiana. Oppure un lembo di tela adoperato per ungere di olio il fondo della padella. O anche un cencio arrotolato per turare temporaneamente una falla. Stuppüne è specificamente il lucignolo della candela, delle lucerne a olio e lo stoppino del lume a petrolio.

Nirje-mànde

Nirje-mànde s.m. = Moro

Indica una persona che ha un colorito molto scuro naturale, o acquisito a seguito di lunghe esposizioni al sole. Alla lettera nero di vello, come una pecora nera.

Per assonanza somiglia al termine italiano “negromante”, che però significa indovino, chiaroveggente.

Invece la seconda parte di nirje-mànde è solo un rafforzativo. Come se si dicesse nìrje-nìrje, nìrje-ncaccavüte = Nero nero, nero come pentola (da ngaccavéje), o come una pecora nera.

Veniva pronunciato con una punta di disprezzo – niente razzismo, per carità – perché quel colore era acquisito dai cafoni o dai pescatori a causa del loro duro lavoro all’aperto.

In una scala sociale, fortunatamente ora non accettata più da nessuno, i pescatori e i lavoratori della terra erano collocati tra le ultime posizioni. Il loro colore bruno li faceva risaltare a prima vista.

Un ingegnere, un artigiano, un negoziante non diventava mai nìrje-mànde, nemmeno a volerlo.

Al femminile fa nèrja-mànde.

Ndrjànde p’a làjene annànde.

Impicciona con una pasta sfoglia davanti.

Questo modo di dire si pronuncia se qlcu è particolarmente ficcanaso.

Origine del detto:
Si narra che una massaia, dalla sua casa a pianterreno, aveva sempre l’orecchio teso a quello che accadeva per strada.
Non mancava nessuna occasione per lanciarsi fuori per curiosare.
Una volta un po’ in deshabillé per il caldo, mentre stava preparando la pasta sfoglia (lajene)per le fettuccine, sentì un gran trambusto provenire dalla strada.
Non avendo altro da indossare, per la fretta si pose la lagana sul davanti e si lanciò fuori dall’uscio. La sciagurata apparve all’aperto seminuda. La sfoglia di pasta riuscì a coprire solo il davanti della persona ma non il resto.

La curiosità è stata così forte da far dimenticare il suo senso del pudore.

Addjì

Addjì avv. = Dove

Si usa nelle proposizioni interrogative. Sarebbe, alla lettera: a-dov’è-che.

Addjì ca vé? = Dove vai?

Talvolta si usa dire Addujì che sarebbe: a-dove-è-che?

Nelle discussioni, quando qlcu la spara grosse, per smentirlo o controbattere le sue affermazioni basta la parola magica: Addujì! = Ma cosa stai dicendo? Non ti accorgi che dici corbellerie?

Forse è un eufemismo che sostituisce la più esplicita che càzze sté decènne!

L’avverbio di luogo “dove” c’entra: è la stupidaggine che non sta né in cielo, né in terra. In effetti è…fuori luogo!

Crjüse

Crjüse agg. = Ridicolo, buffo.

Ammessa anche la pronuncia: crejüse crijüse. Al femmilile fa crjöse, crejöse, crijöse.

Simile all’italiano curioso, buffo di aspetto, strano, bizzarro. O che fa affermazioni che contrastano con le nostre (che ovviamente sono quelle giuste).

Che sté decènne, ‘u sé ca sì crjüse? = Che stai dicendo? Lo sai che sei bizzarro, strampalato?

Può designare l’aspetto non proprio da Adone di qlcu. In questo caso si usa al vezzeggiativo, quasi a scusarne le fattezze.

‘Stu giovene jì un pöche crjüsjille = Questo ragazzo è un po’ sgraziato.

L’italiano “curioso” nel senso di desideroso di sapere, o che vuole sapere ogni cosa per conoscere fatti altrui dicesi ndrjànde.

Grazie a Lino Brunetti per il suggerimento.