Smagnöne

Smagnöne s.m. = Segnale campestre

Di solito serve per avvertire che un frutteto o un prato o un campo è stato irrorato di anticrittogamici.

Per prudenza è meglio non coglierne frutti fino alla completa maturazione, altrimenti si rischia l’avvelenamento.

Grummé

Grummé v.t. = Ruminare

Tipica delle bestie ruminanti: ossia masticare il cibo per la seconda volta, rigurgitandolo a poco a poco dal rumine (1.rumine-2.reticolo-3.omaso-4.abomaso).

Scherzosamente si allude alle persone che mangiano senza sosta.

Sté a grummé sèmbe de füle = Sta a ruminare in continuazione

Menàrece jìnde

Menàrece jìnde loc.id. = Stuprare

Questo modo di dire locale, alla lettera, significa: precipitarsi all’interno di un’abitazione altrui. Il che non è grave se non per lo spavento che il gesto può arrecare ai suoi abitatori.

‘U züte c’jì menéte jìnd’ alla züte! = Il fidanzato si è introdotto nella casa della fidanzata.

Il vero significato è molto più complesso dell’entrare in casa d’altri senza bussare…

Si tratta di un vero e proprio stupro “concordato” tra il focoso giovanotto e la procace fanciulla per indurre i genitori di costei a dare il consenso forzato al matrimonio “riparatore”. In questo modo si aggiravano le opposizioni dei futuri suoceri (babbo non vuole, mamma nemmeno, come faremo a fare l’amor?…).

Un attimo, lei restava sola perché i suoi erano usciti, apriva l’uscio faceva entrare il suo amato. Si chiudevano all’interno quel tanto che bastava. Quando ritornava la madre, e trovava la porta chiusa, sapendo che la sua figliola era all’interno, faceva la ‘sceneggiata’, urlando e sbraitando. Poi arrivava il padre ed erano minacce, suppliche e trattative.

Alla fine: Meh, japrüte, ca nen ve facjüme njinde = Dai, aprite, che non vi facciamo nulla.

E la faccia e l’onore erano salvi. Così vissero tutti felici e contenti.

Talvolta i poveri ragazzi o per ristrettezza di tempo, o per propria scelta, non riuscivano nemmeno a compiere il fatidico atto sessuale. Il fatto di essere stati sorpresi soli e chiusi all’interno di un’abitazione bastava e avanzava per accusare il giovanotto di aver arrecato disonore alla povera fanciulla…

Altre volte l’azione era incoraggiata dai poverissimi genitori di lei che con questo modo riuscivano a far celebrare il matrimonio alla chetichella, senza alcuna festa, la mattina all’alba, senza abito bianco (indegno di essere indossato dalla ragazza disonorata), e nella sacrestia della Chiesa, con pochissimi invitati e pochissimi pasticcini.

Purtroppo si sono registrati anche casi di stupro vero e proprio. In questo caso il giovanotto aveva una sola alternativa o di finire accoltellato o di accettare il matrimonio. Sposava la poveretta ma la convivenza, basata solo sull’attrazione carnale, era destinata a inaridirsi. E non esisteva il divorzio! Figuratevi la vitaccia di entrambi…

Sembra un romanzo ottocentesco. Vi assicuro che tutto questo accadeva quando io ero ragazzotto, diciamo fino alla fine degli anni ’50. Chiedetelo ai vostri genitori o ai vostri nonni.

Una cosa simile consiste nella fuga dei piccioncini in una casa accogliente, con il pernottamente fuori dalla casa dei genitori di almeno una notte comportava le stesse conseguenze. In questo caso (in siciliano si dice fuitina = scappatina) l’azione dicesi scapparecìnne = fuggirsene, fare la scappatina.

Necöle e Lucjètte ce ne so’ scappéte = Micola e Lucietta hanno fatto una fuga d’amore. Alla lettera: se ne sono scappati (da chi? da coloro che si frapponevano alla loro relazione).

Catòbbe

Catòbbe s.f. = Bombetta

Cappello rigido da uomo, di forma tondeggiante con piccola tesa leggermente rialzata.

La bombetta è riconoscibilissima, perché usata dal grande Totò, da Charlie Chaplin, da Oliver Hardy e Stan Laurel nei loro innumerevoli film.

Era usata dai professionisti. Ricordo la figura del medico Don Camillo Grasso associata all’immancabile bombetta.

Il popolino adoperava la classica coppola con visiera o il pratico basco.

Qlcu confonde la catòbbe con il “celìndre“, chiamandoli allo stesso modo. Ora che sono rarissimi, nessuno ci fa caso.

Il cappello a cilindro era conosciuto dal popolino negli anni ’30 solo perché indossato nelle grandi occasioni dai conducenti di carrozze a servizio dei signori abbienti, o dai cocchieri dei carri funebri.

Tenì ‘a chiéva gròsse

Tenì ‘a chiéva gròsse loc.id. = Avere la chiave grossa.

Ovviamente non per aprire materialmente i grossi portali…

Il significato reale del detto è: avere come protettore un importantissimo personaggio, che spiana tutte le strade, elimina le difficoltà, favorisce (magari anche interessatamente) la carriera di qlcn. In una parola chi ha la chiave grossa è un raccomandato di ferro.

In lingua si direbbe: “Avere i Santi in Paradiso”.

Il fenomeno della raccomandazione è decisamente deprecabile dal punto di vista morale. Se qualcuno deve progredire deve far valere i propri meriti e non la ‘chiave grossa’! La “chiave” favorisce uno, ma sicuramente lo fa a danno di un altro, che magari ha maggiori capacità: e questo non è accettabile in una società civile dove purtroppo prosperano i faccendieri di questo genere.

La raccomandazione detta anche “una spintarella” o più esplicitamente un “calcio in culo” che tutti sono disposti a ricevere, metaforicamente s’intende, per il proprio tornaconto.
Fertüne e cavece ngüle…