Nen vògghje jèsse pòlece (mànghe jìnd’a cammüse du Rè)

Non vorrei essere pulce nemmeno nella camicia del re.

Si cita questo proverbio quando si è di fronte ad una situazione terrificante.

Ovviamente si preferisce defilarsi, perché inevitabilmente si soccombe.

Veramente l’ho sentito dire sempre a metà, perché si presume che tutti conoscano il finale. Nen vògghje jèsse manghe pòlece…

Mò ca ce arretüre pàtete nen vògghje jèsse manghe pòlece… = Ora che rincasa tuo padre non vorrei essere nei tuoi panni…

Rifugiarsi nella camicia del Re sarebbe per la metaforica pulce una pura effimera illusione di scamparla: la sorte sicuramente non cambierebbe, cioè quella di finire come tutte le altre pulci individuata addosso agli umani o alle scimmie: schiacciata tra le unghie dei due pollici.

Carusjille

Carusjille s.m. = Salvadanaio, gruzzoletto

È un sinonimo di puste, salvadanaio.

Ma anche il solo suo contentuto, inteso come gruzzoletto raggranellato, ‘nzumeléte.

Carüse

Carüse s.m. = Cranio rapato

Spesso per questioni di igiene, i bambini venivano rapati a zero. La testa senza capelli veniva indicata come melöne o carüse.

Me sò fàtte ‘u carüse = Mi sono rapato a zero.

In dialetto siciliano infatti i bambini sono tuttora chiamati carusi.

Caruséje

Caruséje v.t. = Tosare

Accettabile anche la versione carusé.

Propriamente il termine significa tosare le pecore, ma per estensione il verbo è passato agli umani, quando vanno dal barbiere a farsi tagliare i capelli, specie se l’operazione precedente risale a molto tempo prima e la capigliatura è cresciuta oltremodo.

Mò véche da ‘u varevjire e me fàzze carusé, acchessì m’jà sènde ‘n’ate e tande! = Ora vado dal barbiere e mi faccio tosare, così mi sentirò rinato.

Summeléte

Summeléte s.f. = Polenta

Da non confondere con la polenta di mais in uso al nord d’Italia. Da noi si usava la semola macinata grossolanamente.

Piatto povero, usato specialmente d’inverno, quando le nostre nonne non avevano avuto il tempo di preparare orecchiette o pasta di casa e nella credenza non c’era da scialare…

Si faceva soffriggere in un tegame di terracotta (possibilmente sul braciere) un po’ di cipolla in olio d’oliva, poi si aggiungeva un po’ di sale e un mestolo di acqua a cranio. Quando bolliva si versava a pioggia, una manciata di semola a persona, rimestando fino alla completa cottura. Rustico, ma caldo e nutriente. Gli adulti completavano il piatto con un po’ di diavelìcchje.

È evidente che l’etimo di questa parola ci conduce a ‘semola’.

In italiano esiste “semolata” ma significa: beverone rinfrescante per i cavalli, fatto con crusca sciolta in acqua (‘u sciuscjille!)