Cazzòtte

Cazzòtte s.m. = Pugno, girino

1) Pugno, cazzotto: colpo inferto con la mano chiusa, duro e violento;

2) Girino di rana con corpo ovoidale, e coda allungata, nerastro, della dimensione di un fagiolo. Si muove nelle acque stagnanti per la spinta data dalle veloci oscillazioni date sua coda.

Negli stagni il girino cresce sviluppando le varie fasi della sua metamorfosi fino a diventare un ranocchio, anfibio che può vivere anche al suolo o sulle piante palustri.

Candöne

Candöne s.m. = Angolo di edificio

Si dice quando qlcu è fermo all’angolo della via, a ridosso di una casa: sté allu candöne, o au pìzze candöne o a pònde candöne.

Secondo me tutte le locuzioni si equivalgono salvo piccole differenze che si evincono più chiaramente dal contesto della frase detta.

Per esempio dire: “allu candöne” significa che casualmente c’è qualcuno fermo proprio lì, all’angolo della strada.

Dire “a ponde candöne” significa che non è casuale la sua fermata in quel punto, ma intenzionale, come se stesse fermo lì ad attendere qualcuno (ricordate quella canzone napoletana: “Stàje sempre ‘ccà, ‘mpuntato ccà, mmiezo ‘a ’sta via….”?)

Dire infine “a pizze candöne” può significare che il soggetto è sempre lì all’angolo della strada, ma come se fosse pronto a celarsi alla vista dell’osservatore, nascondendosi dietro l’angolo (alla recöne).

Ùgghje

Ùgghje s.m. = Olio

Sostanza liquida insolubile in acqua, di origine vegetale, animale o minerale, con caratteristiche proprie per ogni tipologia.

L’olio vegetale, dalla notte dei tempi, dalle nostre parti è stato sempre e solo quello ricavato dalla coltivazione dell’olivo. Si usava solo per uso alimentare e con parsimonia, altrimenti c’era il rischio che comparissero delle croste sul cranio (i scorze ‘nghépe).
Sappiamo tutti che è un prodotto pregiato della nostra Puglia, checché ne dicano i Toscani e i Liguri, che forse hanno saputo meglio reclamizzare l’olio della loro Regione convincendosi che sia ciascun il migliore d’Italia.

Gli oli ricavati dai semi di girasole, di soia, di vinaccioli, di colza e da chissà quali altri semi e propinati come sostituti di quelli di oliva sono un’offesa alla nostra cultura alimentare mediterranea millenaria.

L’olio di semi “per fritture”, dal costo infimo, e reclamizzato come “più leggero”, è una contaminazione americana degli anni ’60. Io sono fondamentalista anche nell’alimentazione non lo adopero mai.

L’olio minerale, ricavato dalla distillazione del petrolio greggio, è usato come lubrificante nei motori a scoppio (a combustione interna) molto apprezzato e costoso.

Quello animale, come quello ricavato dal fegato di merluzzo, ricchissimo di vitamine e sali minerali, era usato come ricostituente per combattere il rachitismo dovuto a carenze alimentari. Ora i nostri bimbi hanno il problema inverso, quello dell’obesità….

Ricordo che a scuola nell’mmediato dopoguerra, quando tutti risultavamo ipo-alimentati (pane cotto e patate, e il latte solo se stavamo ammalati…) il Maestro ogni mattina ci somministrava, per disposizione del Ministero della Salute pubblica, come misura e cura contro il rachitismo, un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo a testa attinto da una orribile bottiglia gelosamente custodita nell’armadietto.

Il bello della storia, di per sé lodevole, era che un unico cucchiaio passava di bocca in bocca a tutti gli scolari della stessa classe!!!

Quelli erano purtroppo i tempi che vivevamo, e solo dopo molti anni, rammentando quel “rito” giornaliero, ci siamo resi conto che fosse un po’…anti igienico. Comunque siamo sopravvissuti, forti, sani e certamente con qualche anticorpo in più!

Scusate se ogni tanto inserisco qualche ricordo personale….

Chése-a-vendòtte

Tradotto alla lettera: casa al numero civico 28.

Il detto definisce il luogo dove evidentemente c’era possibilità di mangiare a ufo. Difatti si diceva anche tàvele-a-vendòtte.

E quìste vènene sèmbe a chese-a-vendòtte…=E quenti vengono sempre a casa mia a mangiare a sbafo.

Quando non tutti avevano da mangiare c’era chi – con la scusa di fare una visita di cortesia – si presentava a casa di amici proprio all’ora di cena, magari in compagnia della moglie. Il padrone di casa si sentiva un po’ “costretto” a invitarli a restare per la cena.

Il malcapitato padrone di casa evidentemente abitava a numero 28, e il suo detto è rimasto nella memoria collettiva (chése-a-vendòtte oppure tàvele-a-vendòtte).

Quando il desco era vuoto, malinconicamente si diceva: Add’jì ca jéme jògge, a chése-a-vendòtte? = Non abbiamo nulla da mangiare, dove andiamo a rimediare qualcosa da mettere sotto i denti?

Fortunatamente questi tempi grami sono ormai passati per sempre (o no?).

Se qualche lettore (forza Lino Brunetti!) trova una spiegazione più plausibile sarò lieto di pubblicarla.

Lìsce-e-bósse

Lìsce-e-bósse s.m. = Rimbrotto, rimprovero

È un sinonimo di cazzjatöne.

Il termine deriva dal gergo dei giocatori di carte, nel gioco del tressette. Il suono è invitante, prima ti liscio e poi ti colpisco.

Quànne ‘ngondre a Giuànne lu fàzze ‘nu lìsce-e-bósse a nómere jüne! = Quando incontro Giovanni gli faccio un rimprovero di prima categoria!