Spatrjé

Spatrjé v.t. = Spargere, sparpagliare

Significa anche disperdere disseminare.

Meh, mò arrecugghjüte tutt’i cöse ch’avüte spatrjéte pe ‘ndèrre! = Bene, ora raccogliete tutte le cose che avete disseminato per terra!

Quanne ce möne ‘u fumjire, ce spatrjöie bèlle bèlle = Quando si butta il letame si (deve) disseminarlo per bene (sul terreno).

Nella forma riflessiva è riferita ai familiari che si allontanano fisicamente tra loro, volenti o nolenti, perché residenti in località differenti. In questo caso il verbo potrebbe essere ispirato dalla locuzione verbale “andare fuori patria”, espatriare, emigrare.

Eh, ce süme spartjéte, chi a Röme, chi a Meléne, chi ‘Ngermànje! = Eh, ci siamo sparpagliati, chi a Roma, chi a Milano, chi in Germania!

Prudüte

Prudüte s.m. = Prurito

Fastidiosa sensazione di pizzicore sulla cute che induce a grattarsi.

Figuratamente significa aver un impulso improvviso, una voglia irrefrenabile (prudüte de cüle)

Nzacché

Nzacché v.t. = Conficcare

Si usa un po’ genericanente:

‘nzacché ‘i chjùve = conficcare i chiodi

‘nzacché ‘u ferrètte = abbassare il saliscendi

‘nzacché ‘u uarröne = innestare la barra

‘nzacché ‘nu recchjéle = assestare uno schiaffone

Jìnde ‘a chésa möje pòzze caché accüme a ‘nu vöve

Dentro casa mia posso cacare (abbondantemente, proprio come fa) un bue.

Questo proverbio lo diceva mio nonno, classe 1876, e mi è stato tramandato da mio padre.

Una volta papà decise di chiamare l’imbianchino (‘u bianghjatöre) dopo appena un anno dalla precedente tinteggiatura. La cosa non sarebbe sfuggita ai vicini, che magari non potevano permettersi questo “lusso”.
Allora la risposta fu logica: jìnde ‘a chésa möje pòzze caché accüme ‘nu vöve

È un inno alla “privacy”. Giustamente dentro le mura domestiche, se non faccio cose illecite, posso agire come mi pare e piace. Non è così?

Mjine ‘a paste!

Questo Detto scherzoso (o forse non troppo) si lancia impazientemente verso qualcuno che fa tardi a completare un lavoro, o a scendere di casa per un incombenza.

Se le cose vanno per le lunghe sorge spontaneo il grido: Seeeh, mjine ‘a paste, mjine! = Sì, cala la pasta, cala!

Ossia: l’acqua sta a bollire da un bel po’, e tu non ti decidi a sbrigarti a calare la pasta, mentre io ho premura di mangiare. Il tutto metaforicamente.

Infatti quando uno ha fame, il tempo occorrente perché l’acqua vada in ebollizione per cuocere la pasta sembra lunghissimo, e il momento di calare la pasta dovrebbe essere un po’ liberatorio: presto, così comincio a mangiare! Invece le cose vanno ancora per le lunghe.

Lo stesso urlo saliva dalla sala del Cinema Fulgor, quando il lungo bacio finale fra il protagonista del film in proiezione e la sua donna era ritenuto interminabile dal pubblico della platea…