Döpe l’Epìste, Déo grazziàsse

Dopo l’Epistola: Déo Gràtias.

Si cita questo detto allorquando un soccorso, un suggerimento, un conforto e qls altro sostegno richiesto arriva fuori tempo massimo. Ossia quando si è già conclusa l’emergenza.

L’origine è derivata dal fatto che durante il rito della la Messa celebrata in latino fin al 1965 (con il Concilio Vaticano II si è imposta la lingua locale), terminata la lettura dell’Epistola (per esempio di San Paolo agli Efesini, ai Corinti, ecc.) il popolo all’invito del Sacerdote (Vèrbum Dòminum! = Parola del Signore) rispondeva Déo gràtias = Rendiamo grazie a Dio).

In dialetto non si andava troppo per il sottile sulla pronuncia del latino, tanto non lo sapeva quasi nessuno. Quindi gràtias andava detto benissimo grazziàsse. Ricordo che il verbo suscìpiat = (Il Signore) accetti (questo sacrificio…), era pronunciato susci-i-piàtte e intesa come un ordine per soffiare sui piatti!

Quindi DOPO aver terminato qls azione quasi automaticamente si pronunciava la formula DEO GRATIAS

Rócche-rócche

Rócche-rócche s.m. = Ciarlone, indiscreto

Persona che riferisce ad altri, arricchendolo a suo piacimento, qls fatto o o discorso cui ha assistito o di cui ha ascoltato la descrizione.

La ó va pronunciata stretta, quasi una u.

Sinonimo voccapjirte = bocca aperta.

Ne stéte a sènde a códdu rócche-rócche! = Non date ascolto a quel chiacchierone.

Al femminile si dice ciandèlle, voccapèrte, zingra-zingre, ecc.

Méleppègge

Méleppègge s.m. = Mannaia

Ammessa anche la dizione maleppègge

È un arnese del muratore, una specie di ascia bipenne snella e con i due tagli. Uno dei tagli è parallelo alla direzione del manico, come quello dell’accetta, e l’altro di traverso, come quello della zappa.

Utilissimo nel modellare i conci di tufo e adattarli all’uso. Ruotandolo di 180° si dispone immediatamente di un taglio dritto o traverso.

Ho chiesto a un Mastro muratore perché questa piccozza è chiamata così: la risposta è divertente: siccome l’arnese è tagliente, se non si sta attenti a maneggiarlo, da una marra può far male, e…dall’altra peggio. Infatti l’oggetto è taglientissimo e la traduzione letterale è “male-e-peggio”.

È ammessa anche la dizione malepègge

Jöse

Jöse s.f. = Chiosa, versaccio

Dovrebbe essere una spiegazione, un chiarimento di un fatto, di un discorso.

Molto più simpaticamente in dialetto la jöse indica un commento irriverente, sonoro e sguaiato, in risposta all’atteggiamento pomposo di qlcu che si atteggia troppo seriamente.

Non proprio la bellissima “pernacchia” di Eduardo De Filippo, ma un grido prolungato e calante di tono: Aaaaaaaaóoooh!!!

Per esempio se – fuori del tempo di Carnevale – appare per la via qlcu con cappello a bombetta, guanti e bastoncino da passeggio, ossia vestito come un dandy del primo ’900, minimo si buscherà una jöse del tipo: “Aaaaaaaaahóooooh!!! Va fatüje, va!!!” = Ehi, va a lavorare (non vedi che sei ridicolo?)!

Che vé facènne pe’ sta giacchètte tutta lòrde! T’anna fé la jöse ‘mmizz’a chjàzze! = Che vai facendo qon questa giacca tutta sporca (mentre il resto è in ordine). Ti faranno sberleffi mentre passeggi sul Corso

Chépe-e-cùdde

Chépe-e-cùdde sopr. = Capo e collo

Immagino un tizio forzuto, muscoloso, dal collo taurino, robusto come un palestrato, roba da incredibile Hulk!
State alla larga, ché contro di lui si esce soccombenti…