Rumanì

Rumanì v.i. = Restare

Trattenersi in un posto; fermarsi senza procedere, non stare al passo con altri.

Rumjine allà, nen ce venènne! = Resta lì, non venire
Löre ce ne sò jüte e jüje sò rumùste (o rumanüte) ‘ngambàgne = Loro se ne sono andati e io sono rimasto in campagna.

Significa anche “restare di stucco” o come dicono i giovani di oggi, “restare basito”, rimanere perplesso, sorpreso, allibito. Sono tutti sottintesi: si dice solo il verbo rumanì coniugato a seconda delle circostanze.

Quànne me decètte ca l’jöve mòrte ‘a megghjöre rumanètte accüme a ‘nu fèsse = Quando mi disse che gli era morta la moglie, restai allibito come un fesso.

Agunüje

Agunüje s.f. = Agonia

Stato di lenta e inesorabile diminuzione delle forze vitali, che precede la morte e che può durare da poche ore a qualche giorno.

Sté all’agunüje = Essere in agonia, vicino alla fine della vita.

‘U pòvere cumbére müje sté proprje all’agunüje = Il povero compare mio è proprio alla fine.

Pìzze alla vàmbe

Pìzze alla vàmbe s.f. = Focaccia alla fiamma.

Una specialità manfredoniana caduta in disuso perché non si fa più il pane in casa.

Difatti le mamme quando impastavano in casa la farina per la panificazione, con la stessa pasta lievitata preparavano quasi sempre il tortanello, e questa focaccia, con pomodori freschi affondati nella pasta, olio, sale e origano.

Il forno pubblico era in fase di riscaldamento (ecco la presenza al suo interno della vàmbe = fiamma, che dà il nome alla focaccia) e le massaie chiedevano al fornaio di cuocere velocemente queste piccole cose prima dell’infornata del pane.

Il disco della focaccia veniva portato al forno su un legno compensato opportunamente infarinato. Il fornaio abilmente lo trasferiva sulla pala e lo introduceva nel forno per riprenderlo dopo pochi minuti, sfrigolante e fragrante.

Sapori e profumi lontani.

Scélajùle

Scélajùle s.m. = Conduttore di arenili.

Una volta era una persona di modeste risorse economiche, perché i terreni sabbiosi (’i scéle) di cui era fittavolo davano una bassa resa produttiva, e per giunta erano malsani e paludosi.

Il termine era un sinonimo di persona misera, che viveva di stenti.

L’evoluzione tecnologica in agricoltura ha reso fertili anche gli “sciali”, e fortunatamente il termine ha perduto l’accezione negativa degli anni ‘30.

Qlcu con tendenza più moderna pronuncia scialajùle ma solo per specificare la natura del terreno cui si dedica questo coltivatore.

Scéle

Scéle top. = Sciale.

Con questo nome generico viene indicata la fascia litoranea sabbiosa che si stende fra il ponte sul torrente Candelaro, vicino Siponto e Zapponeta, ora completamente bonificata dalle preesistenti paludi.

Di solito per indicare la zona solo genericamente si usa il plurale: ‘I scéle.

Se si vuole indicare uno specifico luogo, si nomina al singolare con il cognome del proprietario originario:

‘U scéle Frattarùle = Lo sciale di Frattarolo.
‘U scéle Bòrge = Lo sciale di Borgia
‘U scéle Muzzìlle = Lo sciale di Mozzillo.

Gli arenili sono tuttora coltivati a ortaggi e legumi (carote, finocchi, patate, cipolle, aglio, fave, carciofi ecc.) particolarmente pregiati.

Presumo, forse erroneamente, che il nome sia di derivazione araba-spagnolesca probabilmente riferito a rena, sabbia, riva.

Vale sempre l’invito ai pazienti lettori a rettificare le mie asserzioni tramite il sottostante spazio per i commenti.