Ca te vònn’acciüde

Che ti vogliano uccidere.

È un’imprecazione (simile al romanesco va a morì ammazzato o morì-ammazzato) vivace e immediata contro qlcu che ci procura un danno, un dolore fisico, un inganno, ecc.

Esistono numerose varianti, naturalmente: ca t’anna acciüde, ca t’anna sparé, ca t’anna ‘mbènne = che ti debbano uccidere, che ti possano sparare, che ti vogliano appendere (nel senso di impiccare), ecc.

Per completare il simpatico augurio, segue immancabilmente la specificazione del destinatario, caso mai non si capisse bene: ‘stu desgrazzjéte!= questo farabutto!

Mandenì ‘a cannöle

Reggere il moccolo. Fare da candeliere.

Credo che ormai, dopo la nota canzone di Trovajoli “Roma nun fa la stupida stasera” questo modo di dire si sia diffuso in tutta Italia. Ma forse esisteva già prima nei vari dialetti.

Che vuol dire mandenì ‘a cannöle? Chi lo dice?

Certamente l’intruso, o chi si sente intruso fra due che si scambiano effusioni! Che sto a fare tra di voi? A illuminare la scena? Il lampadario? Il candeliere?

E che agghja fé ammjizze a vüje? Agghja mandenì ‘a cannöle’? = E che debbo fare in mezzo a voi? Devo reggere la candela?

Purté ‘u quédre alla Madònne de Sepònde

Purté ‘u quédre alla Madònne de Sepònde loc.id. = Ringraziare Dio.

Traduzione letterale: Portare il quadro alla Madonna di Siponto.

Era considerato un gesto di grande devozione quello di portare alla Madonna Sipontina un quadretto di stile naif in cui erano illustrate le circostanze che avvaloravano un prodigio.

Un atto di ringraziamento e di devozione, quindi, che si potva esternare più semplicemente andando a piedi da Manfredonia alla Basilica di Siponto.

Se qlcu era scampato a un pericolo, trovava sempre chi gli consigliava di portare un quadretto di ringraziamento a Siponto. Come per dire, ringrazia Dio di come ti è andata. Potevi restarci secco.

Va pùrte ‘nu quédre alla Madonne de Seponde!.

Per impetrare un aiuto autorevole alla Beata Vergine.
Pe nen fàrle parlé chjò, jèsse alla scàveze a Sepònde! = Per farlo tacere andrei a piedi scalzi a Siponto per chiedere alla Madonna di tappargli la bocca! (si vede che il beneficiario è troppo ciarliero).

Se te pìgghje ‘stucazze de deplöme, véche alla scàveze a Sepònde! = Se riuscirai finalmente a diplomarti, andrò scalza a Siponto come segno di ringraziamento (cuore di mamma).

Un po’ come il ferro a San Leonardo

Ecco un esempio di ex-voto del 1931conservato nel Santuario di San Matteo di San Marco in Lamis (clicca sull’immagine per ingrandirla).

Lumüne

Lumüne s.m. = Lumino

Luce votiva domestica, consistente in uno stoppino cerato tenuto a galla sull’olio lampante (da bruciare), da un quadratino di sughero e carta.

I lumini erano confezionati rigorosamente a mano da qualche donnetta che ci guadagnava qlcs vendendoli a dozzine.

Le nostre nonne accendevano a làmbe davanti a immagini sacre o a foto di parenti defunti (..et lux perpetuam luceat eis…).

L’olio era posto sopra un certo quantitativo di acqua.

Galleggiando su di essa, l’olio innalzava la fiammella quasi al livello del bicchiere, evitanto così di surriscaldarlo e scongiuravano il rischio di rottura del vetro.

Quanto tutto l’olio era consumato l’acqua sorbita dallo stoppino faceva sfriggolare per un po’ la fiammella, e subito dopo la smorzava. Si avvertiva un po’ di pouzza, ma si annullava in questo modo anche il pericolo di incendi.

Sono stati messi in commercio i lumini industriali, formati dal solito stoppino che pesca nell’olio sorretto da una specie di treppiedi di alluminio e sughero, tuttora usato dalle nonne fondamentaliste, intransigenti sulle loro tradizioni.

Per il suffragio dei defunto – dicono – ci vuole l’olio, perchè più efficace! Che facciamo con questa moderna cera?

Cannöle

Cannöle s.f. = Candela

Asta cilindrica di cera, di varia grossezza e lunghezza, con un’anima di fili di cotone o di lino intrecciati, detta “lucignolo” o “stoppino”, che s’accende per illuminare.

Con l’avvento della corrente elettrica la candela è usata solo per usi liturgici.

Scherzosamente ‘a cannöle indica, il muco pendente dal naso dei bimbi mocciosi.