Sté-a-còmete

Sté-a-còmete loc.id. = Essere disponibile

Questo detto, con valore di aggettivo, specificamente è riferito a persona, che è disposta ad appoggiare eventuali iniziative, idee, programmi altrui, libero da impegni, disimpegnato, a disposizione.

Quanne stéje a còmete, vjine a darme ‘na méne alla putöje = Quando sei libero, vieni a darmi una mano in bottega.

Cavezunètte

Cavezunètte s.m. = Mutandina

Precisamente la mutanda di cotone tipicamente maschile, con gambetta e apertura anteriore chiudibile a bottoncino. Ora si chiamano boxer sulla guisa dei grossi mutandoni usati dai pugili (boxeur).

È un termine non più usato. Ora semplicemente si dice ‘u mutande, quello da uomo e ‘u brachessüne quello da donna.

Cavezöne alla zuàrre

Cavezöne alla zuàrre s.m. = Pantaloni alla Zuava

Alla zuàrre = Alla zuava, alla maniera degli Zuavi, spec. con riferimento a capi di vestiario di foggia simile alla divisa degli Zuavi.

Specificamente le gambe dei pantaloni non arrivavano alla caviglia, ma erano fermate sotto il ginocchio, con un bottone o un laccetto, e ripiegate ognuna in modo da formare uno sbuffo.

Erano i primi calzoni lunghi che un ragazzo indossava dopo essere andato con i calzoncini corti fino ai quattordici anni.

Erano un po’ curiosi. Li portavano anche gli adulti, in abbinamento a calzettoni a disegni a rombi e con colori scozzesi.

Fortunatamente sono andati fuori moda negli anni ‘50.
(Vedi: Zuavi)

Cavezöne

Cavezöne s.m. = Calzoni, pantaloni

I puristi dicono che pantalone è un francesismo, e che in italianoi si deve dire calzoni, al plurale, come pinze, tenaglie, forbici, occhiali, perché formati da due elementi distinti quantunque uniti.

In dialetto diciamo ‘u cavezöne, come se fosse al singolare. Difatti due pantaloni si dice düje cavezüne.

Acchéragràzzje

Acchéragràzzje loc.avv.= Difficilmente, stentatamente.

Traduzione letterale della locuzione avverbiale: a cara grazia. Qualche anziano pronuncia tutta d’un fiato a-chére-e-grazzje

Credevo che fosse una locuzione locale, ma leggendo Umberto Eco, quindi un grande intellettuale contemporaneo, ho notato che nel suo romanzo “La misteriosa fiamma della Regina Loana”- Editrice Bompiani 2006, ha usato proprio “a cara grazia” nel medesimo significato da noi attribuito.

Faccio un paio di esempi:
Sò venüte già all’anne passéte: acchéragràzzje se venghe n’ata volte auànne = Sono venuto già l’anno scorso: difficilmente vengo un’altra volta quest’anno.

M’avöva dé tre meljüne. Acchéragràzzje se me ne dé düje.= Avrebbe dovuto darmi tre milioni: è cara grazia (è preziosa benevolenza) se me ne dà due.