Ogne àneme desìdere

Ogne àneme desìdere loc.id. = Aspirare

Alla lettera significa: ogni anima desidera. Che cosa desidera?

Faccio qlc esempio.

In una numerosa comitiva, c’è un ragazzo (o una ragazza) spaiato. Gli altri sono impegnati nelle loro effusioni, e questo poverino non ha nessuno con cui affiatarsi, resta isolato, immusonito, triste, solitario.

Immancabilmente uno degli amici se ne accorge, e gli fa una domanda un po’ stupida: Cum’ì ca stéje acchessì = Perche sei così (solitario)?

Eh, ogne àneme desìdere. = Eh, ognuno desidera un po’ d’amore.

Altro esempio: quando gli ormoni tumultuano, e si non trova come calmarli, è ovvio che il desiderio sale alle stelle…Ogne aneme desìdere

Altro esempio ancora: io ho un’automobile scassatissima, e come tutti quelli che si trovano nelle stesse condizioni, vorrei averne una che sia un po’ meno catorcio…Beh, ognuno ha le sue aspirazioni: ogne àneme desìdere!

Acciunghéje

Acciunghéje v.t. = Troncare, mozzare, rendere cionco.

Riferito principalmente agli arti: mozzare le mani, rendere monco, sciancare, amputare.

Un’esagerazione in bocca a una mamma che lo dice con stizza rivolto al figlio disubbidiente!

T’ann’acciunghé li méne! = Ti devono mozzare le mani (visto che non stai mai fermo e combini sempre guai)!

T’ann’acciunghé li jàmme, bótte de sanghe ca nen ce vjine! = Ti dovono amputare le gambe (e magari ti venga un’attacco di emottisi) visto che ti chiamo e non vieni!

Ma tutto questo per scopo didattico ed educativo, detto con amore, anche se sembra truculento.

Nzólte

Nzólte s.m. = Insulto (med.)

In medicina si definisce insulto un attacco, un accesso, un’insorgenza improvvisa e violenta di una manifestazione patologica. Per esempio: un insulto d’asma.

Era uno sfogo di una madre contro il proprio figlio monello che non l’ubbidiva:

T’ uà venì ‘nu nzólte….t’uà venì jüne e bùne! = Ti deve colpire un attacco cardiaco! Ti deve colpire uno solo, ma micidiale.

Alla lambe…

Per questione di spazio trascrivo qui il detto:

Alla lambe, alla lambe,
e chi möre, e chi cambe,
e chi cambe alla furcjüne
e ze’ mòneche ‘i Cappuccjüne!

= Davanti alla lampada votiva del cimitero, (sta) chi muore e chi vive, chi vive (pensando sempre) alla forchetta (come lo) zio frate dei Cappuccini.

Era questa la fase iniziale del gioco dei quattro cantoni che si giocava in cinque all’incrocio di due strade.

Era una specie di sorteggio per stabilire chi doveva andare “sotto”, e cercare di conquistare il cantone mentre gli altri quattro se lo scambiavano.

Dunque, un bambino si metteva al centro del crocevia, con un braccio sollevato e la mano piegata in modo che il palmo fosse rivolto verso terra. Gli altri quattro con l’indice toccavano il palmo della sua mano.

Allora si cantava insieme questa specie di filastrocca, sul motivo di giro-girotondo, al termine della quale ognuno lasciava la “lambe” e cercava di raggiungere velocemente uno dei quattro cantoni.

Chiaramente i concorrenti erano cinque e gli angoli quattro: uno restava necessariamente “fuori” e perciò andava “sotto”.

Tìppe-tàppe-abbàsce

Tìp-tàp-giù

Era un gioco semplicissimo che si faceva usando biglie, o bottoni, o tappi di bottiglia, o sassolini, o caccianózzele
(noccioli di albicocca).

Bastavano due bambini e una buca nella sabbia (o anche un cerchio disegnato col carbone su una superficie piana).

Da una certa distanza stabilita si doveva spingere in tre mosse (1 tìppe, 2 tappe, 3 abbàsce) l’ggetto nella “base” usando un dito.

Per similitudine si enunciava questo detto quando qlcu ha ingollato in brevissimo tempo un bicchierone di birra o un piatto di pasta (in italiano si direbbe “in quattro e quattr’otto”, o “in men che non si dica”).

Mattö’, e checcà, ha fatte tìppe-tappe-abbàsce! Te putjive strafuché…
= Matteo, e che diàmine, hai fatto in un lampo! Ti potevi strozzarti…