Frasciüne

Frasciüne s.f. = Tufina

La frasciüne (ho sentito anche frasciüme), ossia la polvere del tufo, è un calcare microcristallino proveniente dalla frantumazione delle rocce sedimentarie, il tufo per l’appunto.

Viene acquistata a volume, ed è utilizzata per la realizzazione degli intonaci e malte. Particolarmente indicata per il restauro di facciate di edifici di antica costruzione. Quelli moderni usano le malte pronte.

La malta cosidetta “bastarda” per l’intonaco prevede tufina, calce idrata, cemento e acqua.

La tufina era usata anche per rendere più uniforme il terreno su una piazzetta. Da essa prendemmo spunto per battezzare “la terra gialla” quella piazzetta usata per giocare a palla sotto il castello, Rinominata in epoca recente come Piazzale Ferri.

Jì alla ‘ndröte accüme ‘u funére

Andare all’indietro, come il cordaio = Retrocedere, camminare all’indietro.

È un modo di dire locale per indicare o constatare che le cose non vanno bene.

Ossia invece di progredire, com’è aspirazione di tutti (salute, benessere economico, ecc.), si va all’indietro, proprio come fa il fabbricante di funi nell’espletamento del suo lavoro.

(vedi la voce funére)

In italiano si dice “fare come i gamberi”, andare all’indietro, quindi peggiorare, regredire in generale.

Funére

Funére s.m. = Cordaio

Chi fa spaghi, sagole, cime, corde, funi, e gomene ad uso della marineria locale utilizzando fibre tessili, operando in maniera artigiana.

Un ragazzo manovrava una ruota a tamburo che dava il movimento rapido, mediante una cinghia di trasmissione, a dei mandrini cui si fissava la canapa grezza da torcere e riavvolgere. Il cordaio, indietreggiando, e lasciando attorcigliare la canapa, otteneva uno spago lunghissimo.

Successivamente attorcigliando più volte questi spaghi otteneva una fune della grossezza voluta.

Un cordaio operava all’interno dello Stadio Miramare (allora non era recintato) parallelamente al viale. Un altro (o lo stesso?) dov’è ora l’Hotel Gargano.

Anche colui che vendeva questi prodotti era chiamato ‘u funére.

Io ricordo un negozio di funére proprio di fronte alla Farmacia Centrale Murgo, dove ora sovente fanno delle mostre di quadri.

Vi propongo una poesia del nostro poeta dialettale Lino Nenna, tratta dalla sua raccolta “Pètele de röse” (Petali di rosa), dedicati ad una figura scomparsa dalla nostra Manfredonia.

‘U funére

‘Nnanze e dröte
‘u funére jì jüte
e quanda zöche ho arravugghiète;
pe lu cüle ‘ndröte jöve
e de fàcce sèmbe returnöve.

Da ‘u söle ca l’abbrunzöve
‘na pagliètte nghèpe ce mettöve.

Pe’ sedöre e pe fatüje
matasse e ghiòmmere
ho mìsse ‘nfüle.

‘Mbàcce ‘a röte ‘u uagnöne
ca aggeröve ‘a manuèlle
peccenìnne e tenerjille
au patrüne stöve attjinde.

P’aggeré forte o chiéne
Lu sendöve da lundéne.

Sòtte e söpe ‘u funére jì jüte
C’a matasse de la vüte.

Traduzione per i lettori non locali.:
Avanti e indietro il cordaio è andato e quanta corda ha avvolto; a ritroso indietro andava e di faccia sempre ritornava. (Per ripararsi) dal sole che l’abbronzava, un cappello di paglia in testa si metteva. Con sudore e con fatica matasse e gomitoli ha messo in fila. Di fronte alla ruota il ragazzino che girava la manovella, piccolo e tenero (agli ordini del) padrone stava attento. Per girare forte o piano lo sentiva da lontano. Sotto e sopra il cordaio è andato con la matassa della vita.

Foto di un cordaio siciliano (dal web)

Sfelàcce

Sfelàcce s.m. = Spago

È una sorta di spago le cui fibre non sono troppo ritorte, (dall’aspetto sfilacciato, da cui il nome) e viene usato in agricoltura per legare i virgulti delle nuove piante a una canna di sostegno, o per legare i covoni, sia quelli tagliati a mano, sia quelli stretti dalla macchina mietitrice.

A volte si richiede quando non si ha altro legaccio a portata di mano: Dàteme ‘nu sfelàcce! = Datemi uno spago qualunque ché mi serve ora!

Scasé

Scasé v.i. = Traslocare

Portar via i mobili e le masserizie da una casa per andare ad abitarne un’altra.

Esiste il sost. ‘Nghése e schése= alloggia-trasloca, per definire qlcn che cambia spesso casa perché sfrattato per morosità. Un poveraccio insomma.

Códde jì ‘nu nghése e chése = costui non ha fissa dimora, è uno sventurato, sfrattato per morosità.