Perchjàcche

Perchjàcche s.f. = Erba porcacchia, Portulaca, Porcellana

Pianta spontanea conosciuta anche nell’antico Egitto come erba officinale. Poiché si dava ai porci mescolata ad altri alimenti nel pastone di svezzamento, nel medio evo ara chiamata erba porcaccia o porcacchia; col nome di erba porcellana è tuttora conosciuta nell’Italia Centrale.

Da noi viene chiamata anche precchjàzze.

E’ un’erba invadente, comunissima. La si ritrova negli orti, vicino alle macerie, lungo le strade e i sentieri delle regioni calde. Fiorisce in estate fino alla fine dell’autunno.

È ritenuta popolarmente come antielmintica, depurativa, diuretica. Può essere usata cruda in insalata, sola o insieme ai pomodori, oppure cotta per preparare frittate o nelle minestre.

I rametti più carnosi si possono tagliare a pezzetti e, messi sotto aceto, consumati al pari dei capperi.

È anche sinonimo di pecciöne nel senso di apparato genitale esterno femminile.

Perciò la domanda sorge spontanea:

Cum’jì ca quest’èreve ce chjéme ”a perchjàcche?” = Perché quest’erba si chiama così?

La risposta è lapalissiana:
Pecché jì saprüte! = Perché è gustosa!!!

Mettìrece’u völe ‘nanze a l’ucchje.

Mettersi in velo davanti agli occhi.

Metaforicamente indica l’accecamento dovuto alla collera e alla stizza.

M’agghje mìsse ‘u völe ‘nanze a l’ucchje, nen agghje capüte cchjó njinde e l’agghje menéte ‘nu recchjéle = Mi sono accecato dalla collera, non ho capito più nulla e gli ho mollato un ceffone.

Corrisponde anche, sempre metaforicamente, all’espressione italiana di “turarsi il naso” o “tapparsi le orecchie” nel senso di non voler accettare in cuor proprio di eseguire un’azione ritenuta riprovevole, ma di essere costretti a compierla ugualmente.

I Latini dicevano Obtorto collo= Malvolentieri, a malincuore.

M’agghje mìsse ‘u völe ‘nanze a l’ucchje e l’u so’ jüte a truéje alla chése = Mi son coperto gli occhi e sono andato a fargli visita.