Şkattjille

Şkattjille s.m. = Schiocco

Era un gioco infantile poverissimo che si svolgeva a coppie.

Si raccoglieva del fango, possibilmente argilloso, dopo una pioggia e si facevano due parti rigorosamente uguali per i due contendenti.

Con esso ognuno dei due plasmava una piccola tazza e alternativamente la sbatteva sul marciapiede con i bordi in giù: l’aria inglobata, per l’urto, faceva “sculacchiare” il fondo con un piccolo botto “pah!”(’u şkattille).

L’avversario allora doveva togliere un pezzo del suo impasto, fare una pezza, e chiudere la lacerazione provocata dallo schiatto. Vinceva chi faceva i buchi più grossi al proprio manufatto in modo da costringere il contendende a ridurre sempre più il suo.

Se l’impasto si asciugava…beh, una sputacchiata o due ogni tanto lo ammorbidiva convenientemete.

Immaginate le condizioni igieniche: fango raccolto dalle strade, battute da galline, asini, pecore e capre. Gli sputi erano la parte meno inquinante del cocktail della nostra “plastilina”.

Meno male che noi monelli di strada all’epoca avevamo gli anticorpi congeniti nel nostro DNA, altrimenti non staremmo qui a raccontare come si giocava allo şkattjille.

Manopàtte

Manopàtte s.m. = Monopattino

Veicolo giocattolo formato da una pedana lunga e stretta con due piccole ruote e un manubrio, che si aziona restando dritti con un piede sulla pedana e spingendo con l’altro a terra.

Il monopattino di legno della nostra generazione (1947-1950), con le ruote di cuscinetti a sfera scartati dai meccanici perché logori, rigorosamente costruito con le nostre mani.

Mio padre, che era fabbro, mi costruì la ferratüre, ossia lo snodo con spinotto a occhiello, per congiungere l’asse verticale con quello orizzontale, e consentire la sterzata. Sfilato lo spinotto i due assi si potevano sovrapporre per ridurre l’ingombro quando si conservava in casa.

‘U manopàtte, ci impegnava in memorabili spericolate gare di velocità sull’asfalto liscio della discesa di Via del Seminario.
Se nessuno di noi ci ha rimesso la pelle, bisogna convincersi che esiste davvero l’Angelo Custode dei bambini. Per noi si è particolarmente impegnato dimostrando competenza ed efficacia!

Ogni tanto tornavamo a casa con abrasioni ad un ginocchio o ad un gomito a causa delle rovinose cadute…

Bisognava tacere e nascondere la ferita, altrimenti c’era pronto …il resto del carlino.

Sprechelìzzje

Sprechelìzzje s.m. = Sperpero

Spreco di un bene, specialmente se continuato e abitudinario. Consumo eccessivo e sconsiderato di beni o denaro.

Lènze-lènze

Lenze-lenze agg. = Lacero, strappato in più parti

Usato nella locuzione Féje lènze-lènze v.t. = Lacerare

Il detto deriva dal fatto che specialmente le lenzuola, dopo anni di usura, si sbrindellano, si riducono a brandelli, si sfilacciano. L’unica cosa da fare, poiché non si possono rattoppare, è quella di ricavarne fasce da usare come bendaggi, o quadrati da usare come strofinacci.

Per estensione, la locuzione facilmente diventa una minaccia verso qlcu: Te fazze lènze-lènze! = Ti riduco a brandelli!

Può essere una sintetica efficace constatazione dopo aver assistito a una zuffa: Ce so’ fàtte lènze-lènze! = Si sono picchiati di santa ragione e si sono ridotti proprio male per le reciproche percosse.

Résa-rése

Résa-rése avv. = Rasente

A brevissima distanza da un luogo, da una persona o da un oggetto, quasi a sfiorarli, nel corso di un movimento, di un passaggio:in modo tanto vicino da sfiorare (q.c. o qu.).

In linguaggio un po’ fanciullesco si dice anche rènza-rènze

Sòrte de vjinde! Camenàmme résa-rése ‘u müre = C’era un gran vento. Camminavamo rasente ilmuro.