Vulìrle ‘nganne

Desiderarlo in gola.

Una frase che sembra senza significato. Bisogna chiarire che va detta accompagnata con un gesto significativo, con l’indice puntato, fino a toccarsi il collo sulla parte anteriore, sotto la mascella.

Il gesto dovrebbe mimare la macellazione dei porci. Ossia “puoi anche uccidermi, ma io non mi metterò mai a lavorare”.

Insomma chi la vuole in gola è persona pigra, oziosa, svogliata; uno scansafatiche, un vero fannullone.

Ora che il significato è chiarito, si può abbreviare il rito indicando il collo: quà la vole! = qui la vuole la fatica, con il medesimo senso.

Credo che spieghi anche il termine mazzanganne

Nguzzé

Nguzzé v.i. = Desiderare, aver voglia.

Usato prevalentemente in forma negativa, per esprimere il disinteresse, l’assenza di volontà di fare alcuna cosa, per rilassatezza muscolare o stanchezza mentale, o semplicemente per pigrizia.

Nen me ‘ngozze de javezàrme = Non ho alcuna voglia di levarmi (dal letto).

Guarda il proverbio sulla fatica.

Chi nen sènde alla mamme, nen sènde manghe alla mala matröje

Chi non dà retta alla madre, non ascolta nemmeno la cattiva matrigna.

La frase è un po’ paradossale. Si vuole evidenziare comunque che chi non ascolta i buoni consigli forse non mette in pratica nemmeno quelli cattivi.

Figghjàstre

Figghjàstre s.inv. = Figliastro

Figlio/a che uno dei coniugi ha avuto da un matrimonio precedente, rispetto al nuovo coniuge.

Matröje

Matröje s.f. = Matrigna

La nuova moglie di un uomo rispetto ai figli da lui avuti in un precedente matrimonio. Per estens., madre poco amorevole.

Generalmente, rivolgendosi al figliastro, parlando della matrigna, per delicatezza la si definiva la zia.

Meh, accume stéje pàtete? E zjànete? = Beh, come sta tuo padre? E la tua matrigna?