I Sande fessjéte püre vanne ‘mbaravüse

Anche i Santi beffeggiati vanno in Paradiso..

Si cita questo proverbio quando si ci accorge che qlcu ci sta canzonando o tenta di imbrogliarci.

Allora, piuttosto che ricorrere alle mani, si ricorre rassegnati a questo detto.

La lingua parlata talora, sotto l’influenza dell’italiano, dice paradüse, con la ‘d’ anziché paravüse, con la ‘v’.

Per me vanno bene entrambe.

Tónne

Tónne s.m. = Tonno

Tonno (Thunnus thynnus): grosso pesce di mare della fam degli scombridae, lungo fino a 3 m, dal corpo affusolato e con coda a mezzaluna, le cui carni si consumano fresche o conservate, spec. sott’olio.

Attunné

Attunné v.t. = Arrotondare

Dare forma rotonda, rendere curvo o tondeggiante qllco.

In una forma volgare significa metaforicamente stangare qlcu arrotondandogli il fondo schiena.

Frèchete

Frèchete inter. = Va in malora.

Imperativo del verbo frecàrece, nel senso di rovinarsi (non di strofinarsi).

Si dice a qlcu che non ha saputo mettere a frutto una circostanza favorevole.

Anche gli Abruzzesi dicono Fréeeechete, con la è molto allungata, contrariamente a noi che la pronunciamo molto rapidamente, quasi frèkt.

Oh, frèchete! Tenjive bèlle carte ‘mméne e nen l’ha sapüte juchéje = Sei proprio uno sciocco, avevi delle belle carte in mano e non le hai saputo giocare.

C’è una variante frìchete: Frìchete a te e pàtete (o màmete). Va in malora, tu e tuo padre (o tua madre)

Per i bambini c’era la variante oh, frìjete = friggiti, va a farti friggere.

Se l’epiteto è rivolto a più persone, al plurale, si muta in: frecàteve!
Frecàteve, a vüje e a quanda mùrte ca tenüte..= Andate alla malora: lo dico a voi e ai morti che avete. (scusate, questi improperi erano usati da noi monelli che vivevamo allo stato brado per le strade di Manfredonia, durante i nostri burrascosi giochi. Ora i ragazzini gridano ai loro compagni di giochi, a seguito di sconti fisici o di opinione, in perfetto italiano: “mongoloide!” Credo che questo epiteto sia molto più riprovevole di un bel “frèchete a te e pàtete“)

Natéle p’u mósse de jónde…

Esiste una canzoncina su melodia pastorale di ciaramelle:

Mo vöne Natéle, mo vöne Natéle,
faciüme li pèttele e ‘i cartellète,
i nannarjille e i cavenzuncjille.

Natéle p’u mósse de jónde,
e döpe Natèle facimme li cónde.

A mangè te vöne lu góste
e a pajé te vöne la sóste

= Ora arriva Natale: prepariamo le frittelle e le cartellate, gli struffoli e i calzoncini. Natale con la bocca (per l’abbondante mangiare) piena di unto, e dopo Natale facciamo i conti: a mangiare ti è venuto il gusto, a pagare ti è venuto il nervoso.

Si cita spesso solo il verso Natéle p’u mósse de jónde…, tanto tutti sanno com’è il seguito.

Questo per dire che è il momento giusto per gustare le squisitezze: c’è sempre tempo per pagare e per pentirsi di essersi ingozzati…

È il manfredonianoCarpe diem = Cogli l’attimo (favorevole).