Ghjachivemmùrte

Ghjachivemmùrte inter. = Esclamazione, imprecazione

Si tratta del riassunto della frase intera: mannàgghja a chi v’è murte!

Viene enfatizzata sempre ad alta voce.

In rapporto al numero dei destinatari dell’improperio, può essere declamata anche al singolare: ‘ghiachitemmùrte.

Se non bastasse, per rincarare la dose, si aggiunge senza prendere fiato “e stramùrte!”.

Talora, ancora più stringatamente si sentiva il trisillabo “ghiachìve”…e bastava questo.

I più poetici ricorrevano alla frase mannagghje all’ùsse sturte de chivemmùrte = Male ne abbiano le ossa storte dei vostri morti!

Io credo solo per questione di rima, a prescindere dalla deformazione di quelle povere ossa…

Rùsele

Rùsele s.m. = Geloni

Alterazione della pelle dovuta al freddo umido; si presenta con chiazze bluastre o rosse che si trasformano in rilievi pruriginosi e ulcerazioni dolorose.

Perché venivano i geloni? Perché in casa un solo braciere non riscaldava bene gli ambienti: noi avevamo due stanze comunicanti al piano terra, eravamo di ceto medio perché papà era fabbro-artigano e si poteva permettere due stanze, ma forse non due bracieri.

Era credenza diffusa che per liberarsi dei geloni, si dovesse bussare all’uscio di qualche ignaro paesano, e quando costui dall’interno chiedeva. “Chi jì?” = Chi è?, si dovesse rispondere a voce alta: I rùsele a càste = I geloni a casa tua!

Dopo di che, terminato il rito, era obbligatorio scappare per evitare l’ascolto dell’immancabile ‘ghiachivemùrte!.

Ricordo anche un’orribile pratica per guarire i piedi colpiti dai geloni. Abbondante pipì sulle parti doloranti.

Può sembrare una sciocchezza, ma l’acido urico e l’ammoniaca contenuti nelle urine danno sollievo ai geloni e anche alle ustione delle lardichelle.

Scazzamurjille

Scazzamurjille s.m. = Gnomo

Dispettoso folletto domestico.

Nella credenza popolare costui di notte di pone sullo stomaco del dormiente e lo opprime, divertendosi.

Se il malcapitato riesce a rubargli il copricapo, il folletto piange e ne implora la restituzione.

In cambio è disposto a dare un bel po’ di monete d’oro.

Quelli che ci sono riusciti…sono rimasti ovviamente anonimi.

Io credo che il peso sullo stomaco era causato dal piattone di erbe campestri cucinate con abbondante aglio soffritto.

Cuccuésce

Cuccuésce s.f. = Civetta

Uccello notturno, predatore, capo piuttosto grosso, becco adunco, grandi occhi frontali.

I superstiziosi sono certi che la sua presenza nei paraggi di una casa preannuncia la morte di un suo abitante.

Ho notato anche al cimitero qualche civetta scolpita su un paio di tombe ottocentesche. Forse era qualcosa di più di una superstizione.

Da piccolo ho assistito atterrito alla fine di una povero uccello, posatosi per sua sventura sul cancello di una masseria, sbrindellato da una fucilata del proprietario. I cani hanno fatto il resto.

Come aggettivo definisce una donna non di bell’aspetto.

Paperescé

Paperescé v.i. = Pavoneggiarsi

La lingua italiana si riferisce al pavone e il nostro dialetto…alla papera.

Tipico della gioventù. Mi vengono a mente i versi di Leopardo nel “Sabato del villaggio”, imparati a memoria mezzo secolo fa, in seconda media;

“Tutta vestita a festa
la gioventù del luogo
lascia le case e per le vie si spande,
e mira, ed è mirata,
e in cor s’allegra…”

Forse ho modificato qualche parola: non ho il testo per verificare.

‘I vì, cüme ce vanne paperescianne! = Eccoli come si pavoneggiano!