Assógghje

Assógghje s.f. = Lesina

Strumento del calzolaio costituito da una piccola asta acuminata di ferro, lievemente ricurva, infissa in un manico di legno, atta a forare il cuoio per farvi passare le cuciture.

Usato dai calzolai e dai sellai.

Può derivare dal verbo assugghjì o assògghje = sciogliere. Difatti con la sua punta sottile si riesce a penetrare nel nodo e allentarlo.

I Latini dicevano ’sùbula’

Assugghjì

Assugghjì v.t. = Sciogliere

Disfare i nodi, sciogliere i legacci, le stringhe o qlnq cosa annodata

Dal latino solve = sciogliere

Qualcuno dice anche assògghje e assugghjé.

Pòzze assògghje? = Posso sciogliere?

Statt’attjinde ca c’jì assugghiüte ‘u lazze! = Stai attento ché si è slacciata una stringa

Acquarüle

Acquarüle s.m. = Acquaiolo

Personaggio che per mestiere, era addetto alla vendita di acqua potabile alla minuta.

Quando non c’erano i frigoriferi, tutti d’estate desideravano una bevuta di acqua fresca.

Perciò nacque il mestiere e la figura dell’acquaiolo.

Costui aveva allestito un apposito chiosco in Corso Manfredi, all’angolo Nord di Piazza del Popolo per la vendita di acqua fresca.

Quell’acqua era apprezzata perché non era la solita acqua piovana raccolta dai tetti nelle cisterne e che sapeva di terra.

Proveniva dal famoso acquedotto del Serino, nel Napoletano, arrivava a Manfredonia in carri cisterne delle Ferrovie, e da qui, dopo il trasbordo, veniva trasportata con carri botti a trazione animale fino nei serbatoi sotterranei del chiosco.

Si sollevava mediante una pompa idraulica azionata a mano, con una leva a movimento alternato avanti-dietro (detta volgarmente ‘u tremöne).

L’acqua, semplice o zuccherata e aromatizzata con succo di limone o con caffé, si vendeva per pochi centesimi a bicchiere.

Rènghe

Rènghe (o arènghe)s.f. = Aringa

Pesce marino teleosteo (Clupea harengus ), dal dorso scuro e dal ventre argenteo o dorato, che vive nei mari freddi.

Ai consumatori giunge semi-secco, salato e affumicato.

Il suo consumo in Italia è decisamente calato dalla fine degli anni ‘50.

Fino ad allora spesso una sola aringa, divisa a tocchi, rappresentava la frugale cena invernale dell’intera famiglia.

Praticamente si mangiava pane e “odore” di aringa. Cioè un chilo di pane e una sola aringa di 200 gr da dividere per 6 o 7 persone. Tutto qui.

Erano apprezzate quelle femmine, perché al loro interno si trovavano, un po’ disseccate, le uova come un ammasso granuloso, formato da migliaia di granellini, anch’essi salatissimi e affumicati. Boccone prelibato perché privo di lische.

Non era consuetudine utilizzare le aringhe in cucina. Si mangiavano senza bisogno di cuocerle.

Al massimo si riscaldavano al fuoco del braciere per farle ammorbidire, per svilupparne gli aromi e facilitarne la spellatura.

Ce sènde ‘n’addöre de rènghe! = Si avverte un profumo di aringhe!

Le ho riviste dopo tanti anni sulle bancarelle dei mercati rionali. Ma adesso le comprano solo gli ultra sessantenni, per una volta soltanto, tanto per ricordare le “spezie antiche”.

L’ipertensione alla loro età sconsiglia i cibi salati.

Lègne

Lègne = s.f.

Per lègne si intende solo quella da bruciare nel caminetto o nei falò.
Bellafè, m’ ‘u dé ‘na lègne a San Gesèppe? = Signora, mi vuoi dare un pezzo di legna per consentirci di accendere il falò la sera della vigilia di San Giuseppe?