All’ex-abbrótte

All’ex-abbrótte loc.avv. = improvvisamente

Nel corso dei secoli si è tramandata chissà come nel nostro dialetto, magari quello parlato dalle persone più anziane, la locuzione latina ex abrupto, la quale, tradotta letteralmente, significa improvvisamente.

L’ho sentita recentemente in un racconto curioso. Si trattava di un volo di ritorno dal santuario di Fatima. Durante una fase di turbolenza, con evidente tremarella del gruppo di pellegrini, si alza ex abrupto il sacerdote e impartisce la benedizione con l’intento di tranquillizzare i fifoni. Non trascrivo le invettive contro il povero prete!

Ecco, durante il racconto ho carpito questo simpatico e dotto all’ex-abbrótte. Si poteva dire anche tutte ‘na vòlte, o alla secherdüne in maniera inattesa. Per favore non dite all’imbrovvüse, altrimenti vi disconosco come figli di Manfredi.

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Caccamamöne

Caccamamöne s.m. = Decalcomania

Caccamamöne era la deformazione dialettale di “decalcomania”, cioè un’immagine che si trasferiva per via umida dalla carta ad un’altra superficie.

Ricordo che tutti i negozietti avevano tutti sul vetro un’immagine gialla, ellittica verticale, che raffigurava un galletto nero; proprio sotto le zampe del galletto c’era scritto “Tana-la crema fine per calzature”.

Si vendevano anche delle piccole decalcomanie, ad uso dei bambini, che trasferivano le immagini a colori di personaggi dei fumetti.

Si immergeva per qualche secondo in acqua la figurina per attivare lo strato di colla (non esisteva la colla chimica) e si applicava su un libro, su un braccio, dove si voleva, e poi piano piano si staccava la carta esterna bagnata.

Lo strato interno con l’immagine, durante questa operazione di distacco, a volte si deformava, e così essa risultava deformata e distorta.

Ecco perché era un caccamamöne, che, per estensione, si diceva di persone con una faccia un po’ irregolare. Era un epiteto riguardante una persona che non aveva proprio una bella faccia.

Le decalcomanie per via secca, molto diffusi negli anni ’70, erano chiamati trasferelli. Ricordate le lettere e i numeri che ‘trasferivamo’ sui quaderni adoperando la bic?

Esistevano anche, ad uso delle ricamatrici, delle decalcomanie che si applicavano sula stoffa usando il ferro da stiro.

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Dendéle

Dendéle s.m. = Dentice

Pesce marino degli Attinottèrigi, famiglia degli Sparidi appartenenti al genere Dentex; comune nel Mediterraneo è noto per la prelibatezza delle carni.

Ricordo il grido di un pescivendolo ambulante: Dendéle p’arròste, sparrüne grusse, uhé!

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Tàgghja-buàtte

Tàgghja-buàtte s.m., soprann.= Apriscatole.

Arnese capace di tagliare il fondo di una scatola metallica. Di uso comune nelle nostre case.

Il termine è composto da tagghjé = tagliare e buàtte = scatole.

Si tratta di un soprannome locale della fam. La Scala

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Quagghjarüle

Quagghjarüle s.m. = Richiamo a borsetta per le quaglie.

Costituito da una piccola sacca di pelle di forma ovale, riempita di crini e fissata ad un fischietto di osso cavo, ricavato da una zampa di coniglio, tutto rigorosamente fatto a mano.

Si regge l’osso tra il pollice e l’indice della mano destra; la sacca naturalmente pende sullo stesso palmo, Si percuote la sacca contro l’altra mano: Due colpi brevi+una pausa, due colpi brevi+una pausa. Ciù-ciù … ciù-ciù… ciù-ciù….

Uscita l’aria al primo ciù, il crine raggomitolato all’interno, cessata la botta che lo ha compresso, si allarga e fa “inspirare” alla sacca l’aria per il secondo ciù.

Un piccolo oggetto che, per la sua costruzione, richiede abilità e passione, come tutte le opere d’arte.

Indispensabile ai cacciatori di una volta.

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